La crisi del Washington Post non è solo la crisi del Washington Post
La newsletter numero 161 del 6 febbraio 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 161ª edizione della mia newsletter settimanale di riflessioni e segnalazioni.
Oggi parlo di giornalismo e mecenatismo, di narrazioni sulla migrazione e falsità che dimostrano il falso.
Ma prima una foto:
La saggezza della folla e le idiosincrasie dei ricchi
Il Washington Post non è un giornale come gli altri.
È il giornale dei Pentagon Papers, il giornale del Watergate, di Bob Woodward e Carl Bernstein. È il giornale che “soltanto una stampa libera e senza limitazioni può svelare efficacemente l’inganno nel governo” e “la stampa deve servire ai governati e non ai governanti”.1
Anche per chi, come me, trova spesso stucchevoli i richiami retorici a quel tipo di giornalismo, fa male leggere che il Washington Post licenzierà circa un terzo dei dipendenti, chiuderà le sezioni dedicate a libri e sport e ridurrà quelle di esteri e cronaca locale. Perché la crisi del Washington Post non è solo la crisi di un media.
Certamente è anche quello e, prima di proseguire con quello che è il punto principale di questa newsletter, mi pare giusto dire qualcosa su questa crisi. Perché potremmo essere tentati di concepirla innanzitutto e soprattutto come la crisi di un formato – quello del giornale quotidiano – se non addirittura di un supporto, pensando alle edizioni cartacee vendute per strada.
Questo aspetto ovviamente c’è. Proviamo a pensare al mondo dell’informazione facendo astrazione da quella che è la storia della stampa e del giornalismo: non guardereste come si guardano i folli, una persona che vi propone di distribuire ogni giorno tonnellate di carta con contenuti statici, quando chiunque ha almeno un dispositivo che può visualizzare contenuti aggiornati in tempo reale? Si va avanti con questo sistema per tradizione e per abitudine, perché al bar è più piacevole – e sospetto anche socialmente più accettabile – sfogliare un quotidiano che guardare uno smartphone o un tablet, perché sappiamo che un certo tipo di informazione le troviamo lì, sui giornali, e non altrove.
Ma l’aspetto della fruizione e del supporto lo si risolve abbastanza facilmente ed è quello che si sta facendo, seppur con le incertezze del non sapere bene in che direzione andare e la difficoltà a tenere insieme edizioni cartacee, controparti digitali, siti internet, newsletter, podcast, social media e altro che adesso non mi viene in mente.
Quando si parla di crisi dell’informazione secondo me non bisogna dedicare troppa attenzione a questa che, tutto sommato, più che una crisi è una semplice trasformazione. Bisogna guardare da un’altra parte: all’idea di informazione come compito che non richiede specifiche competenze di tipo giornalistico. Che indubbiamente non bastano: essere giornalista non rende automaticamente una persona esperta di economia, di clima, di diritto, di sport, di cinema, di geopolitica e di tutte quelle conoscenze che servono per comprendere gli eventi che diventano notizie. Ma è anche vero il contrario: per prendere un evento come il fallimento di un’azienda, un ciclone, una indagine eccetera e trasformalo in notizia servono certe competenze – competenze giornalistiche, appunto, su come esprimersi, quali regole seguire, quali punti di vista prendere in considerazione eccetera. Il mondo dell’informazione va in crisi quando non riconosciamo l’importanza di queste competenze e pensiamo che basti saperne di economia per mettere su un media di notizie economiche – o peggio ancora che basti saper respirare per poter fare informazione.
Meglio chiarirlo: con questo discorso non intendo difendere l’importanza del tesserino o di altre certificazioni che generalmente non hanno nulla a che fare con le competenze.
Torniamo al Washington Post. Che è un caso a parte non solo perché è il Washington Post – quello dei Pentagon Papers, del Watergate eccetera eccetera –, ma perché è di proprietà di Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo.
Ricordo abbastanza chiaramente che, quando nel 2013 Bezos acquistò il giornale, diverse persone interpretarono la decisione come un atto di mecenatismo: il potente che, per senso di responsabilità e per questioni di prestigio, elargisce la sua disinteressata protezionea chi lo ritiene meritevole. C’era quasi l’idea di presentarlo come un modello replicabile: visto che pubblicità e vendite non bastano a tenere in piedi i giornali, affidiamoci a una persona talmente ricca da ripianare i deficit con la stessa indifferente tranquillità con cui noi comuni mortali compriamo il pane – soprattutto, talmente ricca da non avere particolare interesse per quello che il giornale scrive.
E magari per i primi anni è andata davvero così, senza interferenze significative. Permettetemi di essere un po’ scettico, a riguardo, ma apparentemente le cose hanno funzionato quantomeno fino alla rielezione di Trump. Difficile dire se è cambiato l’atteggiamento di Bezos, se è cambiata la posta in gioco o se sono proprio cambiate le regole del gioco; fatto sta che quella disinteressata e generosa protezione non c’è più.
Si dirà: i soldi sono suoi, ne può fare quello che vuole. Il che è vero: l’economia di mercato funziona così. Anche se forse sarebbe più corretto dire che l’economia di mercato così non funziona, quantomeno per tutta quella parte di scambio di informazioni. L’idea è che le economie di mercato gestiscono in maniera efficente le risorse perché, aggregando tutte le compravendite, mostra quanto quella risorsa è importante. È un modello ingenuo, visto che presuppone soggetti a razionalità illimitata, ma quando le nostre scelte si avvicinano – magari aiutate dal contesto – a quell’ideale le cose tutto sommato funzionano.2
È un effetto della cosiddetta “saggezza della folla”, l’idea che le valutazioni di tante persone non esperte, aggregate, superano in affidabilità quelle degli esperti. Ma cosa succede se in quella “folla” ci sono una manciata di soggetti con risorse disponibili incredibilmente più elevate della somma delle altre persone? Succede che non c’è più la saggezza della folla ma solo le idiosincrasie di quella manciata di soggetti.
Piacciono i razzi? Investiamo tutto sulle missioni spaziali. Sono convinti che l’intelligenza artificiale sia il meglio? Costruiamo data center alimentati da centrali a carbone. Gli piace l’idea che la libertà di espressione sia poter dire qualsiasi cosa senza assumersene le responsabilità? Ecco che Twitter diventa X. È figo atteggiarsi a salvatori del giornalismo? Acquisiamo il Washington Post. Cambiamo idea? Imponiamo una linea politica al giornale e poi, di fronte a risultati deludenti, tagliamo posti.
I media sono in crisi: nel mondo dell’informazione ci sono nuovi strumenti, nuovi canali, nuove abitudini, nuove sensibilità. In poche parole: è cambiato il mercato. E il Washington Post invece di adattarsi al mercato – come invece ha fatto il New York Times che se la passa abbastanza bene, dal punto di vista finanziario – ne è uscito. Solo che siccome a tirarlo fuori è stato un riccone, è sembrato il trionfo del capitalismo.
In poche parole
Sulla migrazione stiamo assistendo a quella che in gergo si chiama “shifting baseline” che potremmo tradurre come “spostamento della linea di riferimento”. È un effetto tipico dei fenomeni graduali: non fai il confronto con la situazione iniziale, ma con la “nuova normalità” e quindi il cambiamento non sembra così grande. Così una proposta assurda e inconcepibile come la remigrazione – espellere persone con passato migratorio indipendentemente da dove sono nate, da permessi di soggiorno e persino dalla cittadinanza – è sempre più “una delle opzioni sul tavolo”.
In questo contesto Pedro Sánchez, primo ministro spagnolo, spiega sul New York Times perché l’immigrazione è una cosa moralmente giusta e socialmente utile. Non convincerà nessuno, ma almeno mette in chiaro che tra le opzioni sul tavolo c’è anche quella, non solo espellere gli stranieri in maniera un po’ meno feroce di quello che fanno i governi di destra e di estrema destra.
Una parte della precedente newsletter era dedicata alle foto manipolate (con software di intelligenza artificiale, ma il come è tutto sommato poco rilevante) e alle conseguenze sulla fiducia che dobbiamo riporre, o non riporre, nelle autorità. In questi giorni si sono aggiunti due casi interessanti. Il primo è la foto di una attivista arrestata negli Stati Uniti, manipolata per mostrarla in lacrime. Ne scrive Erica L. Green sul New York Times spiegando bene perché questa manipolazione è diversa dalle altre: non è semplice propaganda, ma volontà di umiliare le persone.
Il secondo caso riguarda una foto manipolata dei disordini a margine di una manifestazione sostanzialmente pacifica a Torino. L’immagine è stata diffusa dalla Polizia di Stato e, come scrive Andrea Zitelli su Facta, ha avuto l’effetto di dare sostanza a fantasie di complotto. Ottimo lavoro, direi.
In pochissime parole
Non sarebbe meglio rinchiuderli?, una riflessione su internamento e problemi psichiatrici.
Vittime senza nome né numero.
Entrambe le frasi arrivano dalla sentenza della corte suprema americana sui Pentagon Papers.
Funzionano nel gestire le risorse in maniera efficiente – il che non vuol dire anche in maniera equa.




Grazie per questo commento. Penso che la crisi dell'informazione sia legata intrinsecamente al suo formato. Mi spiego: l'informazione veloce, quella a cui ci ha abituati il quotidiano (che esiste almeno da quando esiste il capitalismo) è per definizione senza approfondimento. Non si tratta solo di contestare le competenze di chi scrive (problema che innegabilmente esiste) ma di considerare "il media" che costui impiega per "informare". Lanciare una notizia di giornata come se fosse una sorta di suggestione un po' più articolata è in fondo quello che accade con il trafiletto o il twit (se ancora esiste). L'informazione che non è mai stata notizia, a ben vedere. Se volessimo avvinarci ad un formato che sia almeno più fedele ai fatti (che sia cronaca nera, indagine economica, politica estera, ecc.) dovremmo fermarci ad un reseconto almeno quindicinale dei fatti. Il Trump di turno sa (e non è il solo ovviamente, sia da una parte che dall'altra) di poter contare su un sitema che è rodato dal almeno 250 anni. Grazie