Una newsletter da Venezia
La newsletter numero 170 dell'8 maggio 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 170ª edizione della mia newsletter gratuita.
Oggi parlo di arte, di ignoranza e di un cuon di Rubik.
Ma prima una foto: un dettaglio del padiglione giapponese alla Biennale arte 2026.
L’arte per l’arte
Mi trovo a Venezia per la Biennale arte — sarei qui per lavoro, ma è superfluo dire che sono venuto qui soprattutto per interesse personale. E anche che quando si tratta di arte ho un forte complesso dell’impostore, con la forte sensazione di essere un frodatore destinato prima o poi a essere smascherato.
L’arte è difficile. Gli esseri umani la fanno da sempre, e da sempre è mischiata ad altre attività: quelle religiose, la politica, l’economia, la celebrazione del potere. La storia dell’arte – occidentale, ma non solo – è lunga e complessa, ha attraversato fasi talmente diverse da chiedersi ogni tanto se abbiano davvero un filo comune. L’arte contemporanea ha poi rotto con certi aspetti della tradizione artistica. È cambiato il sistema che la regola: il giudizio del pubblico e di committenti esterni conta sempre meno, mentre hanno sempre più importanza collezionisti e curatori che sono dentro il mondo dell’arte. Il risultato è una sorta di circolo chiuso che tende all’autoreferenzialità: un’estetica che spesso – non sempre, ma spesso – ha voltato le spalle al bello e alla comprensibilità immediata.
Di fronte a tutto questo mi sento a disagio, a commentare delle opere d’arte. Ma di fronte a tutto questo mi chiedo chi sarebbe davvero in grado di farlo. E quindi con un po’ di incoscienza mi ci metto pure io.
Ho una convinzione di fondo: l’arte deve comunque parlare per sé stessa. Certo, ci sono codici culturali ed estetici senza i quali qualcosa sfuggirà – il primo esempio che mi viene in mente è la simbologia sacra: o sai che la colomba rappresenta lo Spirito Santo, oppure non capisci il significato di quel pennuto in quel quadro. Ma sono convinto che anche senza quei codici, anche senza quelle conoscenze, un’opera d’arte debba dire qualcosa, debba riuscire a comunicare qualcosa. Anche di banale, anche solo una sensazione indefinita – ma deve dire qualcosa a chiunque, qualcosa che poi potrebbe fare da base per approfondire.
Non tutto quello che ho visto in Biennale soddisfa questo mio personalissimo imperativo. Ma molte opere sì. E voglio parlare di una in particolare: il padiglione giapponese ai Giardini.
La parte dei padiglioni nazionali è di solito la meno interessante. E devo dire che l’allestimento In Minor Keys – curato da Koyo Kouoh, curatrice scomparsa prematuramente nel maggio 2025 – è davvero bello, soprattutto la parte all’Arsenale. Ma il padiglione giapponese merita da solo il giro ai Giardini.
Si chiama Bambini dell’erba, bambini della luna, lo ha realizzato l’artista nippo-americano Ei Arakawa-Nash, ed è una di quelle opere che soddisfano in pieno la mia idea di arte. Funziona così: entrando nel padiglione, ti viene consegnato un bambolotto. Non lo scegli – e questo è già il punto. Ti viene dato. Pesa qualche chilo, come un bambino vero. Te lo porti in giro per tutto il percorso espositivo, cullandolo se vuoi, tenendolo in braccio, cambiandogli il pannolino. Scannerizzi un QR code e ricevi in cambio una poesia, generata a partire dal “compleanno” del tuo bambolotto – date tratte da eventi storici legati al Giappone, agli Stati Uniti e all’Asia del Novecento.
Arakawa-Nash è un artista queer che negli anni della pandemia, insieme al partner, ha deciso di avere figli, diventando genitore di due gemelli. Bambini dell’erba, bambini della luna nasce da lì: da quella esperienza di cura, di genitorialità, di responsabilità verso una vita minuscola che dipende completamente da te. L’idea è che la cura non sia qualcosa che appartiene solo ai genitori – che sia, o debba essere, una pratica collettiva. Portare in giro quel bambolotto, tenerlo in braccio, cambiargli il pannolino: sono gesti che costringono il visitatore a fare qualcosa che normalmente non fa, a occuparsi di qualcosa che non è suo, a prestare attenzione a un peso che di solito non sente.
È una esperienza divertente: quello Giapponese è certamente il padiglione dove più si ride e sorride. C’è molta ironia, con biberon e bambolotti ovunque, inclusi due in posa un po’ beffarda sul muro che separa il padiglione giapponese dal quello, austero e imperiale, della Russia.
Una esperienza artistica che crea uno spazio su cui ragionare e riflettere. Ottimo lavoro.
In poche parole
Settimana scorsa non ho avuto tempo di scrivere la newsletter — scusate — e temevo quindi di aver perso l’occasione per commentare l’intervista che Walter Veltroni ha fatto all’IA generativa Claude. Vedo che continua a far discutere, con commenti tutti fortemente critici verso Veltroni — e giustamente.
Veltroni non ha capito come funzionano gli LLM (Large Language Models , modelli linguistici di grandi dimensioni come ChatGPT, Gemini e, appunto, Claude), non ha capito che generano testo applicando alle richieste dell’utente gli schemi assimilati con l’analisi di grandi quantità di testo e li considera alla stregua delle intelligenze artificiali della fantascienza. Ed è ovvio che un LLM stupisca per le sue capacità linguistiche, se il tuo modello sono le frasi standard pronunciate con voce monotona dai computer di Star Trek (che comunque ha anche avuto una “maggiore personalità”, in un episodio della serie classica oggi imbarazzante). Di per sé non ci sarebbe nulla di male, nel non conoscere come funziona una tecnologia relativamente nuova. Solo che vista l’onnipresenza — spesso imposta — degli LLM, è una ignoranza difficile da giustificare, nel 2026: sarebbe come credere che dentro i navigatori satellitari ci sia un folletto che conosce tutte le strade. Ma se l’ignoranza può trovare una qualche giustificazione in generale, non ne ha nessuna se decidi di scriverci un articolo, sulle IA generative. Che non hanno coscienza e, per come sono progettate, è altamente improbabile che la sviluppino in futuro (ma di questo avevo già scritto). Doveroso, a questo punto, citare Nanni Moretti e il suo “io non parlo di cose che non conosco”. Ed è qui che le cose si fanno secondo me interessanti. Perché immagino che Veltroni sia convinto di avere le conoscenze e le competenze necessarie per scrivere quell’articolo — solo che non l’ha pubblicato su un suo sito personale, ammesso che ne abbia uno, o sui social media. Quell’articolo l’ha pubblicato sul Corriere della Sera: parliamo del principiale giornale italiano, un giornale sul quale hanno scritto molte persone che le IA generative le conoscono, un giornale con redattori e redattrici con competenze sul tema. Perché un articolo insensato come l’intervista di Veltroni non è stato rifiutato? Parliamo di Walter Veltroni: non è il fondatore del giornale o il suo direttore, non è il nome prestigioso al quale non puoi dire di no. È Walter Veltroni, un politico con una carriera importante e uno scrittore: lasciargli carta bianca non ha senso. In questi giorni anche Richard Dawkins ha scritto una fesseria simile, giustamente demolita da Gary Marcus; ma è Richard Dawkins, e credo che il suo pezzo non sarebbe mai stato pubblicato dal Guardian o dal New York Times.
O al Corriere della sera non si sono accorti di cosa pubblicavano perché il pezzo è stato valutato come contributo letterario — e allora andrebbero riviste le procedure redazionali. Oppure ci si è detti che una fesseria così avrebbe fatto discutere — e allora andrebbe rivista al ribasso la considerazione verso quel giornale.
Per la prima volta in vita mia sono riuscito a risolvere un cubo di Rubik. Ci avevo già provato, in passato, ma anche seguendo vari tutorial mi ero sempre perso. Questa volta ho usato una intelligenza artificiale generativa che mi ha proposto il sistema a strati. In un fitto dialogo — lo so che non dovrei chiamarlo così — mi ha spiegato meglio i passaggi che sbagliavo e fatto capire la logica dei movimenti.
C’è una morale su come le IA generative possano essere tecnologie abilitanti? Forse sì. Ma quello che conta è che ho risolto un cubo di Rubik.
In pochissime parole
Lo segnalo qui, sperando di non doverne più scrivere: Quanto dobbiamo preoccuparci del focolaio da hantavirus (è uno degli articoli migliori che ho letto sul tema).





