Cinema, cliché di genere e stelline
La newsletter numero 156 del 28 novembre 2025
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 156ª edizione della mia newsletter settimanale di segnalazioni – che trovate anche nel numero extra del lunedì – e riflessioni.
Oggi parlo di cinema, critica e pregiudizi, di IA e giornalismo e di democrazia.
Ma prima una foto:
Lo spazio della critica
C’è questo bel festival di cinema giovane, Castellinaria, che non teme di macchiare il ricco e intrigante programma affidando al sottoscritto un laboratorio di critica cinematografica.
È un incontro di un paio d’ore pensato per un pubblico giovane e, per quanto interessato, senza particolari conoscenze cinematografiche — di solito partecipano anche i membri delle giurie, quindi studenti e studentesse delle superiori. Devo quindi dire qualcosa sulle tecniche cinematografiche: montaggio, fotografia, inquadrature eccetera.
Lo faccio con alcuni spezzoni e quest’anno sono partito da uno dei miei film preferiti: La parola ai giurati di Sidney Lumet. Man mano che i giurati discutono se condannare o assolvere il ragazzino accusato di aver pugnalato il padre, la tensione cresce e le inquadrature si fanno più ravvicinate. In genere metto a confronto due votazioni: la prima, con l’inquadratura che mostra tutta la sala e le alzate di mano dei giurati; e una a metà film, quando vediamo solo le mani sollevarsi (non ho trovato su YouTube questo spezzone ma quello del voto segreto per iscritto).
Poi per mostrare cosa è un piano sequenza, c’è la telefonata di Robert Redford in Tutti gli uomini del presidente di Alan Pakula. È il punto di svolta, il momento in cui si trova una prova del collegamento tra Nixon e l’effrazione al Watergate. Solo che questo punto di svolta è una telefonata in cui si parla di assegni: giornalisticamente importante, ma difficile da portare su schermo senza annoiare. È qui che si vede la bravura di un regista (e il senso di una sequenza senza tagli).
Metto poi a confronto come due registi trattano lo stesso discorso, quello di Winston Churchill alla Camera dei Comuni dopo la battaglia di Dunkerque. Da una parte Joe Wright con Darkest Hour, dall’altra Christopher Nolan con Dunkirk: il primo mostra il trionfo retorico di Churchill, il secondo per dare importanza a chi quella battaglia l’ha combattuta disinnesca quelle parole affidandole a un soldato (stesso “trucco” usato da Spielberg per la sentenza della Corte suprema in The Post).
E poi, mi tengo sempre lì pronto il triello da Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone – finora però non sono riuscito a mostrarlo per questioni di tempo. Il laboratorio è infatti un vero laboratorio e non posso perdermi troppo in chiacchiere: alla fine c’è infatti una “prova di recensione” di un cortometraggio (quest’anno Candy Bar di Nash Edgerton).
Nonostante il tempo sia decisamente inferiore alle cose de dire e mostrare, mi piace dedicare i primi 15-20 minuti a un giro di presentazione. Non il classico “nome cognome e perché vi siete iscritti a questo laboratorio”: chiedo ai e alle partecipanti di presentarsi con il titolo di un film (o volendo di una serie). Non quello che considerano il miglior film di tutti i tempi, quello che si porterebbero sull’isola deserta o altre formule più o meno astruse. Chiedo di citare un film nel quale ci si identifica, che si sente parte della propria vita: il film del primo amore, il film che associamo a una persona cara che non c’è più, quello che ci ha fatto scoprire qualcosa.
È una questione più biografica che cinematografica, anzi direi che è proprio anticinematografica perché questo “film del cuore” può essere una mediocre commedia romantica o un action movie dozzinale che però non siamo in grado di valutare obiettivamente. Per dire: una ragazza ha citato uno dei Fast & Furious, visto con il padre credo prima della separazione dei genitori (non è essenziale entrare nei dettagli).
Ci tengo molto, a questa parte. Intanto perché, superato l’imbarazzo iniziale, credo aiuti ad allentare la tensione e favorisca una partecipazione più attiva. Ma il motivo principale è un altro: il cinema è indubbiamente un’arte, ma è anche intrattenimento ed emozione (oltre che un’industria nella quale girano un sacco di soldi). Puoi parlare di linguaggio cinematografico, ma alla fine il significato di un film è estremamente personale e come tale insindacabile.
Il che mi porta al punto sul quale insisto di più. Fare critica — in questo caso cinematografica, ma il discorso vale più in generale — non significa dire “mi è piaciuto/non mi è piaciuto”, tantomeno “ti deve piacere/non ti deve piacere”. Per quanto possa apprezzare un critico o una critica, non mi interessa sapere se il Frankenstein di Guillermo del Toro gli o le è piaciuto — e sono sicuro che a chi legge una mia recensione non interessa sapere se a me quel film è piaciuto. Certo traspare, un giudizio positivo o negativo, ma l’obiettivo di una critica non è dare un giudizio che per forza di cose è personale: quello che io mi aspetto da una recensione, e che spero di dare quando le scrivo invece di leggerle, sono gli strumenti per capire meglio il film. Certo, se un film “non basta a sé stesso” ma ha bisogno di una persona che te lo spiega qualcosa è andato storto. Però spesso si tratta di “livelli di lettura”, di informazioni di contesto che aiutano a comprendere meglio il film o a meglio definire la propria opinione.
Insomma, una critica non deve dirti se il film ti deve piacere o non piacere, ma perché il film ti è piaciuto o non ti è piaciuto. Anche per questo evito i giudizi con stelline, cuoricini o pollici in su o in giù: preferisco, alla fine delle recensioni, dire sinteticamente che cosa funziona e che cosa non funziona, perché vederlo e perché non vederlo.
Credo che questo sia sempre stato il senso della critica, che io ho sempre inteso in senso kantiano come indagine dei limiti e delle possibilità. Adesso che il mondo dell’informazione si è democratizzato e chiunque, online, può dire la sua su quel che ha visto, letto o ascoltato, credo che questo approccio sia l’unico che possa distinguere la critica dalla più che legittima marea di opinioni e giudizi che circondano ogni prodotto audiovisivo. Perché, ripeto, se si tratta di una semplice valutazione, la persona più esperta di cinema al mondo vale meno di un utente anonimo che ha i miei stessi gusti.
Alla fine del laboratorio, una persona mi ha fatto notare che negli estratti che ho proposto non c’erano personaggi femminili.
La parola ai giurati è del 1957: da quel che capisco leggendo questa pagina di Wikipedia, all’epoca le donne potevano far parte delle giurie ma, al contrario degli uomini, non erano automaticamente inserite nelle liste. È quindi più che verosimile, una giuria di soli uomini, anche in un film che affronta criticamente i pregiudizi della società.
Storicamente accurata anche l’assenza di donne — a parte Lily James nel ruolo di Elizabeth Nel, la segretaria di Churchill — in Darkest Hour e Dunkirk, così come per Il buono, il brutto, il cattivo ambientato all’epoca della (prima?) guerra civile americana.
Per quanto riguarda Tutti gli uomini del presidente, Carl Bernstein e Bob Woodward erano due uomini così come lo era il direttore del Washington Post Ben Bradlee; tuttavia il giornale era in mano all’editrice Katharine Graham e, per quanto poche, alcune giornaliste come Marilyn Berger scrissero dello scandalo Watergate, quindi lì qualche sforzo in più si poteva (e forse doveva) fare.
Non credo che la presenza sarebbe stata tanto meglio dell’assenza, vista la quantità di cliché che riguardano i personaggi femminili nel cinema (e non solo nel cinema), tra damigelle in pericolo, femme fatale, Manic pixie dream girl e altri ruoli stereotipati. Certo, tutta la narrazione si rifà a strutture relativamente fisse: l’eroe, l’antagonista, l’alleato, il sovrano. Ma per i personaggi maschili quella solitamente è la base dalla quale partire per costruire figure più complesse, magari smentendo anche alcuni tratti dello stereotipo, mentre spesso per i personaggi femminili il tutto si conclude lì.
Mi sa che il prossimo laboratorio lo farò sui cliché del cinema.
In poche parole
Lo confesso: non mi riconosco granché nella retorica dell’informazione libera e indipendente come elemento essenziale per il vivere civile. Ma sono comunque preoccupato — nel senso spiegato qui — per le sorti del giornalismo (e non solo perché alla fine col giornalismo arrivo alla fine del mese).
Quale sarà il futuro del giornalismo nell’epoca delle IA generative e dei Large language models? Pete Pachal prova a rispondere1 con un’idea che secondo me potrebbe funzionare, anche come modello di business: usare le IA come canale per fruire informazioni giornalistiche. Pachal parla dell’esperimento di Time, ma anche un quotidiano svedese ha creato un chatbot che risponde alle domande basandosi sull’archivio del giornale.
Vedo anche altre applicazioni, come “articoli interattivi” che si adattano a chi legge. Non ho mai letto del tal scandalo? L’IA inserisce un riepilogo. Non seguo lo sport? L’articolo non dà per scontato che sappia associare ogni giocatore o allenatore alla sua squadra. Sono appassionato di scienze? L’articolo sull’ultima scoperta genetica non mi spiega cosa è il DNA.
Dicevo della retorica sul giornalismo. Qualche giorno fa Timothy Garton Ash ha scritto per il Guardian un articolo su come rendere una democrazia “a prova di populismo”. Il primo punto è un sistema elettorale proporzionale che costringe le forze populiste, come tutti i partiti del resto, a cercare alleanze e compromessi. Abbiamo poi l’indipendenza dal governo dei tribunali e quella, meno scontata, della pubblica amministrazione, e persino una monarchia costituzionale che può rappresentare la nazione evitando le polarizzazioni politiche.
E l’informazione? È citata su due aspetti puntuali: avere un servizio pubblico autorevole e rispettato e fare attenzione a chi possiede i media privati.
In pochissime parole
Storia di una frode giornalistica costruita con l’IA (non che casi del genere non accadessero ai tempi della macchina per scrivere).
Link accessibile: archive.is/kr0i2.



