Una newsletter contro il rumore
La newsletter numero 146 del 19 settembre 2025
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 146ª edizione della mia newsletter settimanale di segnalazioni – che trovate anche nel numero extra del lunedì – e riflessioni.
Oggi parlo di rumore, schemi mentali e libertà di espressione, di ponti e vaccini e di allucinazioni.
Ma prima una foto:
Basta dirlo chiaramente
In questa newsletter pensavo di tornare sull’uccisione di Charlie Kirk. O meglio su quello che sta succedendo negli Stati Uniti e altrove dopo la morte di Charlie Kirk, con il paradosso di un – presunto, secondo ne, ma non è questo il punto – paladino della libertà di pensiero che si ritrova padrino di campagne di censura apertamente sostenute dal governo che hanno anche portato alla cancellazione del talk show di Jimmy Kimmel per una frase che è davvero difficile considerare “mancanza di rispetto” nei confronti di Kirk.
Pensavo di partire dalla constatazione che della libertà di pensiero, a ben guardare, interessa davvero solo a una minoranza di quelli ne parlano: per gli altri è semplicemente un’arma retorica con cui accusare gli avversari di nefandezze che sono poi loro i primi a commettere, e magari anche con maggior tenacia e forza, alla prima occasione. Pensavo poi di proseguire identificando alcuni principi o massime che possano aiutare in una riflessione sui limiti della libertà di espressione – perché resto convinto che almeno nei casi di “danno diretto e immediato” sia più che lecito intervenire contro quelle che non sono “semplici parole”. L’esempio classico è quello di John Stuart Mill: “i mercanti di grano affamano i poveri” è una opinione legittima se scritta su un giornata, non se urlata davanti alla folla inferocita che circonda la casa di un mercante.1
Pensavo di dedicarmi a questo, poi mi sono reso conto di avere bisogno di un po’ di tempo per chiarirmi le idee – oltre che di aspettare eventuali nuovi sviluppi, come detto più volte questa newsletter non insegue l’attualità. E di tornare a quello che era un po’ il piano originale, approfittando dell’uscita del bel libro Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai di Matteo Motterlini. Solo che, guidato da quella misteriosa forza che i colti chiamano “serendipità” e chi non ci tiene a far vedere di aver studiato “coincidenza” o “culo”, ho trovato proprio lì un’idea interessante.
Il libro di Motterlini è dedicato a un tema al quale ho accennato più volte: l’inadeguatezza della nostra mente di fronte alla crisi climatica. Un evento graduale, relativamente lento e sistematico sembra fatto apposta per sfuggire alla nostra attenzione e non farci prendere le decisioni che sarebbe più razionale prendere. Tanto che se una civiltà aliena volesse conquistare la Terra, la strategia migliore non sarebbe una invasione come quella dei film – che porterebbe a una reazione immediata in stile Independence Day – ma “una minaccia lenta, insidiosa, distribuita su un arco temporale di generazioni, capace di sfuggire alla nostra percezione quotidiana”, come appunto il riscaldamento climatico.
Della difficoltà di parlare del cambiamento climatico si discute da anni. Il linguista George Lakoff ha scritto diversa roba sul fatto che non abbiamo le parole per descrivere le cause sistemiche (qui una intervista di qualche anno fa) ed è doveroso citare La grande cecità di Amitav Ghosh. Motterlini la prende più dal lato neuroscientifico e il suo saggio fa un po’ il punto della situazione, parlando non solo della nostra “cecità cognitiva” verso la crisi climatica ma anche di come quei meccanismi mentali ci portano alle fantasie di complotto e siano sfruttate per venderci prodotti (il cosiddetto “capitalismo limbico”).
E qui arriviamo al capitolo 8, dedicato alla fiducia nella scienza che si ricollega in maniera inaspettata – per serendipità o culo – alla libertà di espressione.
Il capitolo si apre con due citazioni. La prima è di David Hume (anche se spesso l’ho vista attribuita a Francesco Bacone): “La verità emerge più facilmente dall’errore che dalla confusione”. E poi abbiamo Alexis de Tocqueville che descrive quella che oggi chiameremmo scena mediatica degli Stati Uniti di inizio Ottocento: “Un confuso clamore s’innalza ovunque e migliaia di voci si sovrappongono”.
Motterlini parte da Tocqueville e rincara la dose: non un "confuso clamore", ma quello che lo psicologo ed economista Daniel Kahneman chiama “rumore”: un disturbo di fondo che soffoca il segnale. Detto in altre parole: il problema non è che le informazioni manchino: è che ne abbiamo troppe e la maggior parte sono scadenti. Il diritto all’informazione è teoricamente mantenuto e anzi apparentemente tutelato dal pluralismo; solo che siamo di fronte a un "pluralismo impazzito" nel quale è impossibile distinguere le informazioni dal rumore.
In alcuni casi credo che questo sistema risponda a una precisa strategia di disinformazione. La propaganda “vecchio tipo” prevedeva che il regime di turno confezionasse una propria narrazione e la imponesse come “verità”. Oggi che a tv, radio e giornali cartacei – relativamente facili da controllare – si sono aggiunti altri media digitali meglio cambiare sistema e annegare le opinioni sgradite in un mare di narrazioni contraddittorie. Ma la confusione non è solo un succedaneo della censura: è anche un “effetto collaterale” (e non intenzionale) di un sistema mediatico che non fa nulla per ridurre il rumore e favorire contenuti che – condivisibili o meno, corretti o meno – siano quantomeno argomentati.
Il prevalere del rumore sul segnale impedisce quello che Motterlini, riprendendo il filosofo Philip Kitcher, chiama "divisione del lavoro cognitivo": l'idea che la società prosperi quando affida le decisioni complesse a chi possiede le competenze giuste. Come in una fabbrica di spilli, dove la produttività aumenta se ognuno fa quello che sa fare meglio, anche la conoscenza funziona così. È un concetto che probabilmente Kitcher riprende dalla "divisione del lavoro linguistico" introdotta dal filosofo Hilary Putnam in ‘The Meaning of 'Meaning' non tutti devono saper distinguere l’oro da metalli simili, basta che alcune persone abbiano quella competenza per poter dare un significato alla parola “oro”.
Solo che questa divisione del lavoro cognitivo funziona se come società riusciamo a fare discorsi sensati, non se ogni opinione vale quanto un'altra perché il loro unico scopo è dare spettacolo. Ecco perché, se proprio dobbiamo ragionare su come regolare la libertà di espressione, più che sui contenuti – concentrandoci sulla falsità o sulla pericolosità – dovremmo forse guardare alla forma. Puoi dire quello che vuoi, ma portando argomenti, fatti, riflessioni, domande, intuizioni che possano contribuire alla discussione; volendo lo puoi anche urlare – spesso può essere necessario. Basta che si contribuisca al dibattito e non al rumore.
Certo, la intendo come massima personale, per capire quando vale la pena impegnarmi in una discussione o leggere qualcosa. Intesa come regola generale, per quanto sensata – una sorta di “obbligo di chiarezza” –, si presterebbe ad abusi facilmente immaginabili.
In poche parole
Qualche settimana fa ho avuto l’infelice idea di commentare, su un social media, un post anti-antivaccinista: non trovo altro modo per definirlo, trattandosi di un contenuto che mirava a prendere in giro chi non crede nell’utilità dei vaccini e non tanto a difenderne l’utilizzo.
Dicevo che ho avuto l’infelice idea di commentare: il post si basava su una analogia tra la sicurezza dei vaccini e quella dei ponti, il che potrebbe anche avere senso. Solo che con la percentuale indicata – che credo riprendesse l’efficacia dei vaccini contro il Covid – ne veniva fuori un ponte secondo me non proprio rassicurante. Ma fare presente la cosa ha attivato la modalità “ecco un no-vax”, con obiezioni decisamente fuori tema (e che se avessi davvero avuto qualche dubbio sull’efficacia dei vaccini mi avrebbero convinto a indossare un cappellino di stagnola). Quando parlo di rumore e segnale, intendo cose come questa.
Non ho ancora letto la ricerca originale, ma a riassumerla è persona degna di fede: le allucinazioni dei modelli linguistici come ChatGPT non sono poi così ineliminabili come sembra, nel senso che basterebbe relativamente poco per ridurne la presenza. La questione è che dovremmo accettare dei “non lo so”.
Ammissione che dovremmo considerare segno di saggezza almeno dai tempi di Socrate, ma evidentemente la cultura dove si sviluppano gli LLM preferiscono il Socrate saccente di altri dialoghi.
Io intanto ho aggiunto ai miei LLM l’istruzione personalizzata “se non sei sicuro di quello che scrivi, ammetti di non sapere o segnala i passaggi più incerti delle tua risposte”.
In pochissime parole
Sempre a proposito di IA, segnalo il contributo dell’Accademia della Crusca Il nome (improprio) della cosa: quella artificiale non è intelligenza: interessante nella prima parte, un po’ pedante nella seconda.
Quelli che “destra o sinistra sono la stessa cosa” mi lasciano sempre perplesso. Poi leggi un commento come quello di Aditya Chakrabortty sul Guardian e non è che ti ricredi del tutto, ma insomma.
Al di là di un certo classismo implicito in questo esempio, va notato che oggi quella distinzione lì, tra giornale e folla inferocita, è decisamente più sfumata.



