Una newsletter che guardava alla Luna
La newsletter numero 167 del 3 aprile 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 167ª edizione della mia newsletter gratuita.
Oggi parlo di Luna, esplorazione spaziale e sogni condivisi, di scritture artificiali, di persecuzioni e di smartphone.
Ma prima una foto:
In viaggio
L’umanità sta tornando sulla Luna e la cosa non mi sta appassionando. Ed è strano: sono nato un decennio dopo il programma Apollo, ma sono comunque cresciuto dentro quel mito. Ricordo i racconti emozionati della mia maestra delle elementari, che credo avesse più o meno la nostra età quando l’uomo arrivò sulla Luna; ricordo ritagli di giornali e riviste conservati dalle mie prozie; ricordo che era difficile passare una settimana senza imbattersi in qualche riferimento alla Luna o alla corsa allo spazio in televisione, in un libro o in un fumetto. Star Trek, di cui sono grande appassionato, nasce da lì e ha reso omaggio al programma Apollo in un celebre episodio della seconda stagione. Wikipedia ha una voce apposita alla presenza dell’Apollo 11 nella cultura popolare.
Eppure la missione Artemis II mi lascia relativamente indifferente. E non credo sia perché non siamo ancora arrivati allo sbarco: Apollo 8 — che fu un po’ l’analogo di questa missione, con un giro intorno al nostro satellite naturale — fa parte dell’immaginario collettivo. Per la prima volta degli esseri umani hanno lasciato la gravità terrestre e hanno visto la parte nascosta (non oscura, mi raccomando) della Luna. È da quella missione che abbiamo una delle immagini più evocative della storia: Earthrise, il sorgere della Terra. La foto la scattò William Anders il 24 dicembre 1968. Il fotografo naturalista Galen Rowell la definì “la fotografia ambientalista più influente mai scattata” e contribuì allo sviluppo del movimento ecologista moderno. Cinquant’anni dopo, Anders osservò che «eravamo partiti per esplorare la Luna e invece avevamo scoperto la Terra». Sempre in quella missione, i tre astronauti lessero alcuni versi della Genesi in diretta televisiva: ad ascoltarli circa un miliardo di persone.
Artemis II è ben lontana, come impatto sull’immaginario collettivo. Certo, i remake sono spesso meno interessanti degli originali, anche se la tecnologia di Artemis è completamente diversa — perché sono passati più di cinquant’anni e perché l’obiettivo oggi è una presenza stabile e magari l’esplorazione umana di Marte. Ma non posso fare a meno di pensare che il bambino o la bambina che a inizio Novecento aveva imparato a leggere con i titoli dei giornali dedicati al primo volo dei fratelli Wright in pensione ha seguito in televisione l’allunaggio — l’adolescente che ha visto l’allunaggio oggi ha una settantina d’anni e legge, online, di un altro allunaggio.
Forse è la nostalgia: prima si stava sempre meglio di adesso. I dischi in vinile sì che erano musica, mica lo streaming; i film in sala sì che erano cinema, mica YouTube e Netflix, i libri comprati in libreria sì che erano libri, mica gli ebook presi online. E il Saturn V sì che era un razzo, mica questo SLS con i pezzi riciclati degli Shuttle e la sua capsula Orion che pare un monolocale di lusso e così via. Ed è facile, provare nostalgia per periodi che non si sono vissuti e puoi idealizzare a piacimento. Come quella dei programmi Apollo che non furono così popolari come sono stato portato a credere, avendone sperimentato solo l’aura successiva.
Durante tutti gli anni Sessanta la maggioranza degli americani non riteneva che il programma Apollo valesse i soldi spesi. L’unica eccezione fu un sondaggio condotto subito dopo l’allunaggio dell’Apollo 11 nel luglio del 1969 e anche allora, solo il 53% era d’accordo che il risultato giustificasse la spesa. Per tutto il decennio, una solida maggioranza riteneva che il governo stesse spendendo troppo nello spazio. La NASA come istituzione godeva di una buona reputazione, ma non il costosissimo programma Apollo. Il giorno prima del lancio dell’Apollo 11, Ralph Abernathy — successore di Martin Luther King alla guida del movimento per i diritti civili — guidò una marcia di protesta al Kennedy Space Center: qualche centinaio di persone nere, in rappresentanza delle famiglie povere degli stati rurali del sud, con cartelli che recitavano “miliardi per lo spazio, spiccioli per la fame”. King stesso, assassinato l’anno prima dell’allunaggio, aveva detto che presto l’America avrebbe messo un uomo sulla Luna, e da lassù, con un buon telescopio, si sarebbero potute vedere le baraccopoli sulla Terra.
Senza dimenticare Whitey On the Moon di Gil Scott-Heron, in cui le condizioni fatiscenti dei ghetti americani facevano da contrappunto ai viaggi lunari dei bianchi:
Proprio la dimensione politica e sociale potrebbe essere uno dei motivi del mio scarso entusiasmo verso il programma Artemis. Le proteste dell’epoca del primo allunaggio riconoscevano comunque il valore dell’impresa e di chi ci lavorava. Forse è di nuovo una mia ottimistica nostalgia, ma credo che la Luna rimanesse un sogno condiviso: semplicemente alcune persone ritenevano che quel sogno dovesse portare non solo a piantare una bandiera sulla Luna, ma anche a una società più giusta.
La mia impressione è che oggi quel sogno condiviso non ci sia e che alla base del progetto Artemis ci siano solo le visioni suprematiste di Donald Trump e le fantasie colonialiste marziane di Elon Musk. Nel 1962 Kennedy aveva posto come obiettivo «la fine di questo decennio», sapendo che anche in caso di rielezione non sarebbe più stato in carica (poi un annetto dopo gli spararono, ma questo è un altro discorso). L’allunaggio di Artemis IV è previsto per il 2028 in modo da avere ancora Trump presidente.
In poche parole
Non mi piace prendermi gioco dei timori che ruotano intorno all’intelligenza artificiale: sono preoccupazioni legittime, per quanto talvolta fuori fuoco – come è naturale capiti di fronte a un fenomeno nuovo. Poi, mentre si cerca di distinguere le analisi serie sulla lingua delle IA generative ai generici lamenti “nessuno saprà più scrivere”, ci si imbatte in un articolo del 2012 su come Microsoft Word abbia cambiato, ovviamente in peggio, il nostro modo di scrivere e di pensare.
Tra una dozzina d’anni probabilmente guarderemo con lo stesso misto di stupore e compassione molte delle riflessioni di oggi sull’impatto delle IA. Non tutte, spero, ma molte sì.
Le persone trans esistono. Non sono tantissime: immagino possa capitarne di non incontrarne mai nessuna – o più probabilmente di non rendersi conto di averle incontrate, visto che l’identità di genere non è la prima cosa di cui parla: io ad esempio ho sicuramente conosciuto dei tifosi del Torino, ma non ne ho idea perché non parlo mai di calcio.
Le persone trans esistono e capisco che in alcune situazioni possa essere complicato, e delicato, adeguarsi alla loro identità di genere. Ma mi sembra ancora più complicato, e vessatorio, negarla in modi sempre più invasivi come sta accadendo. Si può parlare di persecuzione, ovvero di un “insieme di atti ostili volti a danneggiare una persona o un gruppo di persone”. E non immaginavo la dimensione di questo “insieme”, prima di leggere un articolo ricco di dati: The Ratchet di Alejandra Caraballo.
Mi sono imbattuto in un articolo su giovani e tecnologie digitali che mi pareva dire cose banali e di buon senso: che i divieti di smartphone e social media vengono facilmente aggirati, rendono difficile raccontare ad adulti le situazioni difficili che si incontrano, privano delle opportunità (didattiche e di relazioni sociali) che queste tecnologie possono offrire e non aiutano a prepararsi a un loro uso consapevole. Meglio un approccio basato su ambienti digitali che rispettino i diritti dei minori, sulla loro responsabilizzazione e soprattutto sulla responsabilizzazione di chi si occupa di creare quegli ambienti digitali.
Una posizione di buon senso. Criticabile eventualmente perché generica o perché alla fine delega tutto a iniziative sovranazionali (chi obbliga Meta a ridisegnare Instagram?).
Discutendone mi sono reso conto che non è buon senso. E che, quasi testuale, “se tutto il mondo sta proibendo i social ai minori ci sarà un motivo”.
In pochissime parole
Un paio di riflessioni sensate su Wikipedia e i riassunti tramite IA.







