Un omaggio a Jane Goodall
La newsletter numero 148 del 3 ottobre 2025
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 148ª edizione della mia newsletter settimanale di segnalazioni – che trovate anche nel numero extra del lunedì – e riflessioni.
Oggi parlo di Jane Goodall e del mondo che ci ha lasciato, di Workslop e linguaggio, di pezzi di carta e di bei tempi andati.
Ma prima una foto:
Scendere dal piedistallo
La prima volta che sentii parlare di lei fu all’università, durante una lezione di filosofia teoretica. Certo, son sempre stato appassionato di scienza, ma per me – e sospetto un po’ per tutti quelli della mia generazione – “scienza” voleva dire quasi esclusivamente fisica e chimica e “filosofia della scienza” voleva dire studiare Copernico e Newton e capire (e contestare) il metodo delle scienze dure.
E poi Carlo Sini, durante una lezione sul segno e il linguaggio (chissà dove sono finiti gli appunti di quel corso), ci parlò di questa scienziata che se ne andò nella foresta a studiare gli scimpanzé. Non li osservò in gabbia – come qualche anno dopo avrei scoperto fece lo psicologo Wolfgang Köhler – e anzi non li osservò affatto: entrò in contatto con loro, divenne parte della loro comunità.
Gli esperimenti di Köhler sono abbastanza famosi: aveva messo delle banane fuori dalla portata degli scimpanzé, ma lasciando a disposizione delle casse di legno. Gli scimpanzé prima provavano a saltare, ma ben presto capivano che per raggiungere il cibo l’unica era impilare le casse. Era la dimostrazione che erano intelligenti e che sapevano risolvere problemi, che non procedevano semplicemente per tentativi casuali ma avevano una qualche forma di comprensione della situazione.
Goodall mostrò qualcosa di molto più importante e difficile da accettare – abbiamo diversi resoconti della fatica che fece, anche perché donna, a far “digerire” alla comunità scientifica le sue osservazioni –, mostrò che i primati avevano un mondo sociale. Si prendono cura gli uni degli altri, formano alleanze, tramandano conoscenze; hanno personalità diverse, alcuni sono più coraggiosi e altri più timidi, alcuni sono leader naturali e altri più gregari; provavano dolore per la perdita di un membro del gruppo, possono essere gelosi e fanno la guerra tra gruppi diversi.
Quando Aristotele deve definire l’essere umano, nella Metafisica dice che è un animale razionale (o meglio un animale che tende al sapere) e per carità, mettere una cassa sopra l’altra per raggiungere delle banane non è come interrogarsi sulla natura ultima delle cose, ma non sono poi così sicuro di quale delle due capacità sia maggior segno di saggezza. Nella Politica, invece, Aristotele definisce l’essere umano “un animale politico”, cioè non solo un animale che vive in società organizzate, ma che ha bisogno della polis per realizzare la propria natura. Ed è vero che gli esseri umani sono così, ma con Goodall sappiamo che non siamo affatto i soli a fare così.
Non ricordo quali conseguenze filosofiche avesse tratto Sini durante quel corso. Forse che non è l’umanità ad aver creato i segni, ma i segni ad aver creato l’essere umano, ma non voglio avventurarmi in ricostruzioni ingenerose. Per me il contributo filosofico di Jane Goodall è la fine dell’eccezionalismo umano.
Intendiamoci: c’era già tutto in Darwin. Anche prima di lui, per quanto quella storia della rivoluzione copernicana che ha tolto l’uomo dal centro dell’universo è un po’ una fesseria: il centro dell’universo era un posto malfamato nel sistema tolemaico, la zona sublunare dove tutto era corruttibile e imperfetto. Molto meglio le immutabili e perfette sfere celesti. E in ogni caso, sapere di essere su un pianetino qualunque che gira intorno a una stella qualunque in un universo incredibilmente grande non impedisce di credersi speciali o addirittura unici per possedere un’anima immortale, di essere intelligenti, di avere il linguaggio, di essere fatti a immagine e somiglianza di una qualche entità sovrannaturale eccetera.
È Darwin a cambiare davvero lo “statuto ontologico” dell’essere umano, a toglierlo dal piedistallo. Nell’Origine dell’uomo leggiamo che la differenza tra la mente dell’uomo e quella degli animali superiori (espressione che dovremmo mettere in discussione) è di grado e non di genere: niente salti, niente discontinuità. Ma un conto è scriverlo in generale, e comunque ammettendo una differenza di grado anche molto grande; un altro è mostrare che gli scimpanzé usano gli strumenti e li migliorano, hanno diverse culture, hanno legami familiari profondi, soffrono per la morte di una persona cara eccetera.
Quello che cambia è che l’essere umano ha sì caratteristiche uniche, ma come le ha ogni specie vivente: non c’è nulla di speciale, non c’è una posizione privilegiata che giustifichi pretese particolari.
Il lavoro di Goodall ha reso tutto questo concreto e direi impossibile da ignorare. Guardare le foto che circolano in questi giorni, con lei che interagisce “alla pari” con vari primati, leggere di Flo e della sua famiglia o di Mike che divenne il capo usando taniche vuote per fare più rumore… è difficile pensare che l’umanità abbia una qualche posizione speciale nella natura.
Jane Goodall era anche un’attivista: si è impegnata per la conservazione degli habitat naturali, per eliminare i trattamenti crudeli degli animali, per limitare la sperimentazione animale e in generale per proteggere il pianeta e chi lo abita. Non conosco a fondo la sua vita, ma mi piace pensare che sia stata prima una scienziata e poi un’attivista. In senso cronologico e causale, dico, non per importanza: mi piace pensare che le sue scoperte e le sue ricerche l’abbiano portata a ripensare il posto dell’umanità nel cosmo e ad agire di conseguenza. Sapere di far parte di una comunità ben più ampia e decisamente più egualitaria di quel che una prospettiva antropocentrica che considera l’essere umano misura di tutte le cose, non lascia indifferenti. Non possiamo più considerarci gli unici abitanti moralmente rilevanti del pianeta. Soprattutto, non possiamo più pensare che il mondo naturale sia lì solo come risorsa a nostra esclusiva disposizione.
Dire che Jane Goodall ha demolito l’antropocentrismo sarebbe al contempo troppo e troppo poco. Troppo, perché non è certamente stata la sola, a mettere in dubbio l’eccezionalità umana e qui almeno Frans de Waal va citato. Ma sarebbe anche troppo poco, perché demolire è facile e forse un po’ antipatico, perché si resta con macerie. E Goodall, come accennato, ci ha mostrato che viviamo in una casa più grande e più accogliente, piena di esseri viventi che condividono con noi capacità emotive, cognitive e sociali.
Jane Goodall è morta. Ci ha lasciato un mondo più grande, più affollato e tanti motivi per renderlo anche più giusto.
In poche parole
Vedo che l’intelligenza artificiale sta facendo fiorire nuove parole: ieri ho scoperto l’esistenza di Workslop che in pratica sono i “testi aziendali plasticosi” prodotti da ChatGPT e che, a pubblicarli così come sputati dall’IA, si fa brutta figura. Pete Pachal, che mi pare saperne di intelligenze artificiali in ambito professionale, auspica l’introduzione di un “AI editor” – un essere umano che controlli e pulisca i testi dai tic linguistici delle IA.
A me stupisce che questo problema reputazionale si presenti con i testi di ChatGPT e non con quelli, altrettanto se non più illeggibili, realizzati da esseri umani imbevuti di antilingua.
Lo ammetto: le varie denunce sullo stato della democrazia negli Stati Uniti mi lasciano tiepido. Vedo il problema, e ne sono anche preoccupato – in questo senso qui –, ma non mi sembra che gli alti lai su questa o quella azione del governo Trump aggiungano poco, alla nostra comprensione di quel che accade. Garry Kasparov fa eccezione perché, in un bel pezzo scritto per The Atlantic, mette a fuoco il punto centrale:
La Costituzione è un pezzo di carta. È un pezzo di carta straordinario e in grado di cambiare il mondo, ma il suo potere è durato così a lungo solo perché gli americani, storicamente, sono stati disposti a combattere e a morire per i principi che essa enuncia.
In pochissime parole
“A rendere possibili i ‘bei tempi andati’ è soprattutto la cattiva memoria” – di solito qui metto un link, ma questa citazione (attribuita al giornalista americano Franklin P. Adams) credo meriti anche senza link.




