Tremate, tremate, i luddisti son tornati
La newsletter numero 163 del 20 febbraio 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 163ª edizione della mia newsletter settimanale di riflessioni e segnalazioni.
Oggi parlo di un libro sull’intelligenza artificiale (più o meno), di Leone XIV, e clima.
Ma prima una foto: un demone raffigurato in un kakemono giapponese – i kakemono sono rotoli verticali di carta che, a seconda dei periodi dell’anno, si appendevano in apposite nicchie nelle case giapponesi. Questo l’ho fotografato a una bella mostra al Museo delle culture di Lugano.
Tanto rumore per nulla
Non ricordo in che occasione sentii parlare per la prima volta dei luddisti. Tuttavia ricordo abbastanza bene che mi furono presentati come idealisti ingenui e nostalgici – gente convinta non solo che arrestare il progresso fosse una buona idea, ma che fosse possibile farlo semplicemente rompendo qualche telaio meccanico.
Non sono riuscito a ritrovare il mio libro di storia delle superiori, ma credo che confermasse questa idea: il mondo (in realtà solo una parte molto ristretta del mondo, ma non sottilizziamo) stava vivendo la rivoluzione industriale e certo c’erano dei problemi, ma non ha senso pensare di risolverli seguendo l’esempio del giovane tessitore Ned Ludd che nel 1779 distrusse un telaio come vendetta dopo essere stato frustato per scarsa produttività.
È solo recentemente che ho scoperto che non è affatto così. Intanto perché molto probabilmente nessun Ned Ludd è mai esistito: era semplicemente un nome che univa e ispirava il movimento, una figura simbolica diventata, nel tempo, quasi reale. Ma, soprattutto, i luddisti non odiavano le macchine e il progresso, come spiega Merchant in Sangue nelle macchine (Einaudi, 2025). Il punto è che il movimento luddista non era incentrato sulla tecnologia, ma sui diritti dei lavoratori con rivendicazioni che variavano da regione a regione: a Nottingham si combattevano gli speculatori che affittavano a prezzi esorbitanti gli strumenti necessari per lavorare e imponevano il pagamento in merci anziché in denaro; nel West Riding si protestava contro l’automazione nel mezzo di una depressione economica; nel Lancashire contro le cattive condizioni di lavoro e le grandi fabbriche. Non si chiedeva di fermare le macchine: si chiedeva che quelle macchine non servissero a schiacciare chi ci lavorava. Tanto che al movimento si unirono anche minatori e ferrovieri, i cui settori erano in ascesa proprio grazie all’automazione. La caricatura del luddista tecnofobo e miope, come nota Merchant, fu costruita a tavolino dai loro avversari – imprenditori e aristocrazia – e poi rimasta nella storia come verità.
I luddisti non volevano la distruzione delle macchine; volevano che quelle macchine venissero usate per migliorare la società, non per aumentare lo sfruttamento di una parte sull’altra.
La lunga premessa sui luddisti mi serve semplicemente per poter dire che, per quanto riguarda le intelligenze artificiali generative, Bruno Giussani è un luddista – nel senso autentico del termine, non in quello caricaturale.
Ho letto in anteprima il suo saggio La mente sotto assedio (pubblicato in italiano da Casagrande) che uscirà settimana prossima e la sua tesi è semplice e condivisibile: facciamo attenzione a come queste tecnologie funzionano e soprattutto a come vengono usate.
Il problema è come questa tesi viene sviluppata nelle 150 pagine del libro.
Intanto ci sono un po’ di incongruenze interne. Ad esempio nel primo capitolo si insiste sulla non neutralità dei sistemi di salvaguardia inseriti dai produttori per evitare che una IA spieghi come fabbricare una bomba o, in Cina, cosa è successo in Piazza Tienanmen nel 1989; poi, nel capitolo 7, ci si lamenta che quei produttori permettono di creare chatbot personalizzati “senza sottostare a particolari forme di controllo”. Non è che le due posizioni siano completamente incompatibili, però andrebbe spiegato perché in un caso i controlli vanno bene e nell’altro no.
Ci sono poi diversi passaggi che privilegiano il sensazionalismo con termini allusivi o ambigui. Me ne sono segnati alcuni particolarmente evidenti. Nel capitolo 11 internet e il GPS vengono definiti tecnologie militari (cosa vera solo in parte per internet) che poi si sono “infiltrate” nella nostra vita quotidiana. Nel capitolo 6 l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei programmi scolastici – che potrebbe andare nella direzione auspicata da Giussani di una maggiore consapevolezza – viene etichettata come “esposizione che comincia già dall’infanzia”. Un esempio che ho trovato particolarmente divertente: nel capitolo 9 si parla di apparecchi acustici che incorporano sistemi di intelligenza artificiale per filtrare i rumori e posso essere d’accordo che sia una applicazione da valutare attentamente, ma non perché “posiziona un chip con capacità di IA vicino al cervello” (anzi, il fatto che quel chip sia nell’apparecchio acustico e non in un qualche centro dati esterno direi che, per la privacy, è un vantaggio. In questo campionato possiamo mettere anche delle frasi che sinceramente non ho capito cosa vogliano dire, a parte suonare minacciose, come il fatto che “la natura stessa dello spazio digitale rende impossibile fermare la proliferazione di righe di codice informatico” (capitolo 14).
Ci sono poi alcuni passaggi che mi paiono imprecisi per non dire proprio sbagliati.
Passi datare lo sviluppo delle reti neurali artificiali agli anni Duemila (sono di una cinquantina d’anni più vecchie), ma nel capitolo 13, Giussani afferma che il diritto, considerando la mente umana inviolabile, non tiene “generalmente conto della sfera cognitiva”. Ora, quel capitolo è incentrato sulle tecnologie che operano direttamente sul cervello per cui sì, di leggi che riguardano direttamente questi “neurodiritti” ce ne sono poche. Ma che il diritto in generale non tenga conto della sfera cognitiva è una fesseria. Giusto per fare qualche esempio, le leggi puniscono chi mette in stato di soggezione un’altra persona, valutano la capacità di intendere e di volere e – in un ambito più vicino a quello del libro – proibiscono i messaggi subliminali nelle pubblicità. Insomma, il diritto aveva scoperto la sfera cognitiva anche senza intelligenze artificiali in grado di leggerci la mente.
Fin qui, nulla che un buon lavoro di editing non riuscirebbe a sistemare – immaginando che quel lavoro di editing venga affidato a una persona che preferisca la precisione e la correttezza a generiche frasi a effetto.
Più difficile emendare il resto. L’obiettivo dell’autore è infatti tracciare una panoramica del funzionamento e degli impatti delle intelligenze artificiali generative; il risultato, tuttavia, più che a quelle immagini nitide e dettagliate che troviamo in montagna per indicarci vette e valli, è la foto sfocata scattata dal finestrino di un treno ad alta velocità.
Si parla di intelligenze artificiali generative e di LLM (modelli linguistici di grandi dimensioni), ma il discorso si sposta abbastanza in fretta sulle non meglio precisate tecnologie algoritmiche – di per sé un algoritmo è una sequenza di istruzioni come la “prova del nove” che si imparava alle elementari, per cui in questa definizione possiamo metterci di tutto. Ed effettivamente ci troviamo di tutto, da tecnologie oramai mature ad altre ipotetiche e più vicine alla fantascienza (ovviamente distopica). Non troviamo, invece, un ragionamento organico sulla visione del mondo che queste tecnologie incorporano: giustamente si osserva che le tecnologie non sono neutre perché incorporano valori, idee e scelte dei gruppi sociali che le sviluppano e diffondono (o impongono), ma poi si rimane ancorati alla singola tecnologia e alle sue applicazioni, come se il problema fosse solo quello e, soprattutto, come se il problema nascesse solo con lo sviluppo di quella tecnologia.
È un aspetto che è evidente nella continua idealizzazione di un passato senza tecnologie algoritmiche (che penso possa collocarsi grosso modo a 20-30 anni fa). C’è un passaggio che mi ha colpito per la sua ingenuità imbarazzante: Giussani, nel capitolo 18, afferma che con le intelligenze artificiali “anche le immagini non sono più garanti di verità”. Quando mai lo sono state? Quando a metà Ottocento Roger Fenton spostava le palle di cannone per rendere più drammatiche le sue foto della guerra in Crimea? Quando Stalin ritoccava le foto ufficiali? Quando la rivista Time pubblicò la foto segnaletica di OJ Simpson scurendo la sua pelle?
Questa non è una imprecisione come la datazione delle reti neurali artificiali. È la miopia di una persona che ha scoperto un fenomeno con le intelligenze artificiali generative e non riesce a guardare più in là.
Il libro dedica ampio spazio al “rumore cognitivo”, indicato come una delle principali minacce alla nostra capacità di pensare. Non è il semplice sovraccarico informativo: è vero che l’attenzione e la memoria umana sono limitate, ma nella storia dell’umanità sono stati messi a punto diversi strumenti per superare quei limiti – tra cui proprio l’intelligenza artificiale, quantomeno se usata in determinate maniere.
La metafora del rumore è interessante perché include l’idea del disordine: ci sono più suoni in una sinfonia di Bruckner che nel rumore di una motosega, ma la sinfonia ha un ordine e una struttura che la motosega non ha. Poi certo, la metafora ha i suoi limiti: la quantità di video brevi e ripetitivi che troviamo online più che al fastidioso rumore della motosega sarebbero paragonabili ai jingle pubblicitari che ti entrano nella testa.
È indubbio che le intelligenze artificiali generative possano aumentare questo rumore: il loro compito è produrre testi, video e immagini sempre più raffinati e per questo convincenti, ma non necessariamente coerenti o veri. Ma il problema del rumore cognitivo non nasce con ChatGPT e neanche con i social media: è il modo in cui funzionano la nostra mente e il linguaggio – e certo, possiamo impegnarci (come persone e come società) a ridurre le conseguenze indesiderate di queste caratteristiche di mente e linguaggio oppure, al contrario, a sfruttarle.
Ironia della sorte, La mente sotto assedio non riduce granché il rumore cognitivo intorno alle intelligenze artificiali, quantomeno nella prima parte. Leggere il libro di Giussani non si capisce meglio il funzionamento degli LLM, non si ha un quadro chiaro né del sistema nel quale si inseriscono né dei rischi. Si trovano, questo sì, alcune interessanti idee su come affrontare questo “nuovo mondo” (molto simile al vecchio che lo ha generato), raccolte nella seconda parte del libro, intitolata “Piccolo manuale di resistenza”. Gli otto capitoli che la compongono sono forse gli unici che vale la pena leggere.
In poche parole
Mi ero dimenticato del nuovo papa, Leone XIV – ho pure dovuto verificare il suo numero – visto che, almeno nella mia bolla informativa, è meno presente di quanto lo erano Francesco o Benedetto XVI. Non che sia un male: immagino che buona parte del lavoro di papa si svolga lontano dai riflettori.
Mi stupisce che se ne parli per una cosa tutto sommato banale: l’invito non scrivere omelie con l’intelligenza artificiale visto che produrrebbe testi generici e non legati alla vita nella parrocchia. Invito che peraltro arriva in risposta a una domanda su “come essere incisivi per questa cultura postmoderna dentro cui tutti viviamo”.
Scordiamoci gli 1,5 gradi in più degli Accordi di Parigi: secondo l’Advisory Board europeo sul cambiamento climatico dobbiamo prepararci a un clima più caldo di 3 °C rispetto al periodo pre-industriale. Ne scrive il Guardian ma sono andato a leggermi l’annuncio originale e a sconfortarmi non è “l’inevitabile aumento delle temperature medie”, ma i richiami a una pianificazione europea per la gestione della crisi climatica.
In pochissime parole
Il presidente argentino Javier Milei ha aperto un ufficio contro la disinformazione, ma non è una buona notizia
Perché le politiche sulla “spinta gentile” non funzionano.



