Tre storie interessanti con cui iniziare la settimana
La newsletter del lunedì mattina
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la mia newsletter di inizio settimana, in cui segnalo alcune storie interessanti per alleviare l’inevitabile tedio del lunedì mattina.
Ma come sempre, prima di iniziare, una foto:
Una volta qui era tutto deserto
Solar panels in Sahara could boost renewable energy but damage the global climate – here’s why di Zhengyao Lu e Benjamin Smith, The Conversation
Quando c’è una soluzione semplice a un problema complesso, la soluzione è spesso sbagliata. E questo vale anche per la proposta, che compare periodicamente, di ricoprire un deserto come quello del Sahara con pannelli solari. Guardando semplicemente alla produzione di energia, sarebbe la soluzione perfetta: il Sahara è grande e avremmo quattro volte il fabbisogno mondiale. Poi c’è il problema di come trasportare e conservare quell’energia da lì al resto del mondo, ma ci sono anche altre difficoltà. I pannelli solari assorbono calore in maniera diversa dalla sabbia, e questo cambierebbe tutto: avremmo siccità nella foresta pluviale amazzonica e un aumento dei cicloni nel Pacifico. Meglio metterli sul tetto.
Il bicchiere mezzo pieno è molto vuoto
Trump’s tariffs could cut just 0.3% from global CO2 emissions in 2025 di Molly Lempriere e Ho Woo Nam, Carbon Brief
Con i dazi Donald Trump sta facendo saltare il commercio mondiale e sì, dubito che ne verrà fuori qualcosa di buono, ma – nella mia quasi totale ignoranza di cose economiche – mi chiedo anche quanto di buono ci fosse nella situazione precedente che, a livello di sostenibilità ambientale e sociale, mi pare aver mostrato qualche problema. Non è tuttavia il caso di gioire sperando che i dazi di Trump porteranno a una riduzione delle emissioni: quelli di Carbon Brief hanno fatto i calcoli e la riduzione raggiungerebbe, al massimo, lo 0,8% del totale planetario: meglio di niente, ma restiamo comunque a livello di “rumore di fondo” delle fluttuazioni economiche ordinarie.
La diplomazia dell’ornitorinco
The mystery of Winston Churchill's dead platypus was unsolved - until now di Tiffanie Turnbull, BBC
No, non è colpa dei nazisti: non sono state le vibrazioni delle esplosioni provocate da un U-boot tedesco a uccidere l’ornitorinco Winston nel suo viaggio dall’Australia alla Gran Bretagna, come finora si è creduto. A causare la morte dell’animale è stata l’acqua troppo calda. Come riassume questo bell’articolo della BBC, Winston è praticamente stato cotto.
A me di questa storia ha però colpito di più il motivo del viaggio di questo sfortunato animale: perché spedire un ornitorinco dall’altra parte del mondo nel ben mezzo della Seconda guerra mondiale? Semplice, perché a Winston Churchill piacevano gli animali e desiderava tanto possedere un ornitorinco; viceversa non sembrava molto interessato a proteggere l’Australia dalla minaccia giapponese. Da qui l’idea: regaliamo al primo ministro britannico un ornitorinco, così ci aiuterà.




