★ Non dovremmo parlare della salute mentale di Trump
La newsletter per abbonati numero 3: perché insistere sulla salute mentale del presidente americano è inutile e controproducente
Ritengo altamente probabile che Donald Trump abbia problemi di salute mentale. E tuttavia non credo sia il caso di parlarne — o almeno non credo che sia il caso di parlarne in un certo modo, che poi è il modo in cui perlopiù se ne parla.
Certo, la capacità di giudizio di una persona che si trova in posizione di potere — e in questo caso che posizione e che potere! — è un tema importante e come tale può, e forse deve, far parte del dibattito pubblico. Ma ci sono dei “ma” che proverò ad articolare meglio.
Il primo di questi “ma” è semplice: in questo momento non servirebbe a nulla, parlare della sua salute mentale.
Una diagnosi psichiatrica potrebbe forse avere qualche peso politico, giustificare una procedura di impeachment o l’attivazione del 25° emendamento alla Costituzione americana, quello che prevede la sostituzione del presidente nel caso in cui non sia in grado di svolgere le sue funzioni. Ma sono abbastanza sicuro che quella diagnosi verrebbe contestata e in definitiva ignorata a livello istituzionale. Figuriamoci che impatto potrebbero avere prove indirette come discorsi incoerenti su argomenti che non c’entrano nulla con il tema del comizio, la confusione tra nomi e cognomi di persone che conosce da decenni, o l’episodio in cui a Davos ha chiamato la Groenlandia “Islanda” per quattro volte di fila. Non solo nessun membro delle istituzioni metterebbe in dubbio Trump, ma non cambierebbe nulla neanche nell’opinione pubblica. Anche di fronte a prove solide e inequivocabili di importanti problemi mentali, chi lo sostiene continuerebbe a sostenerlo come prima e chi lo contesta continuerebbe a contestarlo come prima: forse è un limite mio, ma fatico a immaginare una persona indecisa che cambia idea proprio adesso di fronte a un’analisi psichiatrica.
Non è una situazione che mi piace, ovviamente. Preferirei vivere in un mondo dove discussioni come quella sulla salute mentale di chi governa — o sui diritti delle minoranze e su decine di altri temi considerati “divisivi” — fossero possibili in modo aperto, con la disponibilità reale a cambiare idea di fronte ad argomenti solidi. Non è così, almeno nel dibattito pubblico generale; in uno spazio più circoscritto come una newsletter c’è ancora qualche margine, ma è un’altra cosa. E fingere il contrario non aiuta.



