L'ultimo dodo
La newsletter numero 164 del 13 marzo 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 164ª edizione della mia newsletter settimanale di riflessioni e segnalazioni.
Oggi parlo di arte, di Sanremo, di referendum e di età digitale.
Ed eccoci di nuovo qui, dopo un paio di settimane di pausa, nelle quali bozze e note sono rimaste, appunto, bozze e note senza trasformarsi in una newsletter fatta e finita. Come mai? La risposta immediata è: non ho avuto tempo. Una risposta più precisa è: non ho trovato tempo, visto che nella mia organizzazione (o disorganizzazione) del tempo questa newsletter è una attività accessoria e gratuita. O almeno lo è stata finora – ma di questo parleremo meglio la prossima volta. Per ora limitiamoci a questa anticipazione e all’annuncio che questa sarà l’ultima newsletter con questo dodo. Mi sembra quindi giusto omaggiare questo logo promuovendolo a “foto della settimana”:
L'art pour l'art
Un biglietto del treno per i primi giorni di maggio e un posto letto non troppo lontano dalla sede della Biennale di Venezia: sono stati gli inaspettati acquisti dei giorni scorsi. Inaspettati perché il mio interesse verso l’arte contemporanea ha dei limiti che la Biennale supera costantemente. Non sono uno di quelli che con aria scandalizzata si chiede “e questa sarebbe arte?” o che commenta “potevo farlo anch’io”, ma continuo a credere che l’arte deve dire qualcosa – e possibilmente dirlo in maniera chiara e comprensibile.
Che cosa mi ha convinto non solo a organizzare la visita alla Biennale arte, ma pure per i giorni dell’inaugurazione? Il ritorno della Russia.
Ora, una piccola nota per chi non frequenta quel mondo. Non c’è una sola Biennale, ma ce ne sono due, separate da dieci minuti di camminata e circa cinquant’anni di storia. Ai Giardini troviamo i padiglioni nazionali, ognuno con il proprio allestimento. E certo, in molti casi l’allestimento è scelto da enti che godono di una certa autonomia e indipendenza, ma comunque rimane, quell’idea di “vi presentiamo l’arte che rispecchia il nostro spirito nazionale”. Il che, almeno a me inguaribile illuminista cosmopolita, suona assurdo: certo, esistono tradizioni culturali e artistiche (che comunque non è detto seguano i confini nazionali), ma di solito quelle tradizioni declinano aspetti transculturali (quello che di solito viene chiamato “universale” o addirittura “assoluto”, termini che non amo usare perché troppo pomposi). Se i Giardini hanno questa impostazione ottocentesca e novecentesca, l’Arsenale con i suoi progetti speciali (e le mostre delle nazioni che, per motivi storici, non hanno un padiglione ai Giardini) ci portano finalmente nel ventunesimo secolo.
Ma i Giardini rimangono lì, con i vari Paesi a rappresentare la propria arte nazionale. Inclusa, quest’anno, la Russia, assente da quando nel 2022 curatore e artisti incaricati si ritirarono in seguito all’invasione dell’Ucraina.
Sono curioso di vedere che, se la partecipazione sarà confermata, cosa verrà esposto in quel padiglione. Ma la mia è una curiosità personale – oltretutto, come detto, di uno che trova inattuale qualsiasi padiglione nazionale (riconoscendo che c’è comunque una belle differenza tra quello che può fare uno stato autoritario come la Russia e una democrazia liberale). E la valutazione sull’opportunità culturale, sociale e politica di questa presenza va ben oltre la mia curiosità.
Contrariamente a molte persone che in questi giorni hanno commentato la vicenda, non so cosa sarebbe giusto fare. Credo che il ricorso alla censura sia giustificato in caso di pericolo concreto e imminente, concetto che fatico ad associare al padiglione di un evento artistico importante ma comunque di nicchia. Boicottare la manifestazione può avere senso, ma non è chiaro quanto siano effettivamente responsabili – il padiglione è di proprietà della Russia e sembra che ci possa fare quello che vuole – e se è giusto il “danno collaterale” arrecato ad artiste e artisti delle altre sezioni. D’altra parte, garantire uno spazio istituzionale vuol dire fare finta di nulla, considerare la Russia di Putin un Paese come gli altri. Solo che non saprei in cosa la Russia di Putin sarebbe radicalmente diversa da altri Paesi più o meno autoritari che continuano a fare parte della comunità internazionale – non sto dicendo che non c’è differenza tra Russia e Cina o Israele; sto dicendo che io non saprei dove tracciare la linea rossa.
È una di quelle situazioni dalle quali è difficile uscire – e sospetto che proprio per questo la Russia abbia deciso di annunciare la propria partecipazione. Qualsiasi cosa succeda, può dire di aver vinto.
Una cosa mi è comunque chiara, in questa storia: non ha senso appellarsi a un presunto “statuto speciale” dell’arte. È purtroppo un argomento che ritorna spesso e indubbiamente si presenta con una certa ragionevolezza: la guerra riguarda il governo russo, non l’arte e nulla impedisce di sanzionare la Russia e sostenere l’Ucraina leggendo Dostoevskij o ascoltando Musorgskij diretto da Gergiev.
Il problema di questo argomento non è solo che dimentica che l’arte e la cultura sono strumenti di influenza – sfruttati peraltro da tutti i governi e in tutte le epoche, come ci ricordano i padiglioni nazionali della Biennale. Quello della propaganda (o diplomazia, dipende come la si guarda) culturale è un aspetto di cui tenere conto, ma è per così dire “esterno” e non riguarda direttamente il valore delle opere d’arte, salvo forse i casi di adesione di artiste e artisti alla causa.
Il vero problema dell’argomento della neutralità artistica è che considera l’arte come un passatempo etereo, una sorta di sogno estetico che non ha conseguenze sulla vita reale. È un discorso che vorrebbe proteggere l’arte e invece la condanna all’irrilevanza: un’arte che non può essere chiamata a rispondere di nulla è un’arte che non conta nulla.
L’arte, l’ho scritto all’inizio, dice qualcosa. E quel qualcosa che viene detto conta, nel nostro rapportarci alle opere d’arte. Per garantire quella specie di “immunità artistica” con cui alcune persone vorrebbero liquidare la questione Russia alla Biennale, dovremmo sancire che l’arte è una voce nel deserto, una voce che può dire quello che vuole perché non viene ascoltata.
In poche parole
Tra le cose accadute in queste settimane di assenza della newsletter, c’è stato il festival di Sanremo che ho seguito quasi esclusivamente attraverso commenti e analisi più o meno approfondite. E mi sto convincendo che il nazionalpopolare non esiste più: anche un evento apparentemente radicato in tutti gli strati della popolazione, come appunto Sanremo, viene frammentato e suddiviso in tante camere stagne. Forse è colpa mia, che non seguo la trasmissione, ma se neanche Sanremo ci arriva, è proprio la fine.
Abituato alla politica svizzera e alla dozzina di temi su cui si vota ogni anno, mi è difficile considerare particolarmente significativo un referendum al di là delle effettive conseguenze normative che ne derivano in caso di accettazione o rifiuto: capita regolarmente che un tal partito vinca o perda e questo non ha particolari conseguenze sul “capitale politico” di quel partito o del governo. Ma è ovvio che il discorso cambia, in un Paese dove i referendum sono una rarità – come appunto in Italia. Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo avrà quindi un impatto politico importante, favorendo a seconda del risultato o le forze al governo oppure quelle all’opposizione. Credo sia lecito considerare questo aspetto politico più importante degli esiti concreti della riforma – e decidere quindi cosa votare guardando soprattutto alle elezioni del 2027.
Tuttavia se siamo, come umanità, nella situazione in cui siamo è anche perché tendiamo a considerare le questioni di breve termine più importanti di quelle di medio-lungo termine. Le elezioni saranno tra un annetto, la riforma della costituzione che si andrà a votare (e sulla quale non mi esprimo) rimarrà tranquillamente per decenni.
Mi è arrivato l’invito a un evento informativo dedicato a un certo tema che, per pudore, indicherò semplicemente come X. Il titolo dell’evento era “X incontra l’era digitale”. Siamo nel 2026, sono almeno quarant’anni che i computer sono entrati negli uffici e nelle case e l’iPhone sta per compiere vent’anni: ci sono due generazioni che trovano perfettamente normale avere un computer in casa, una delle quali è cresciuta infilandolo in tasca. Se qualcosa non ha ancora incontrato l’era digitale, o parliamo di un’antica pratica che evidentemente è una pessima idea digitalizzare, oppure tu che titoli così l’evento stai ammettendo di stare scoprendo adesso quello che tutto il resto del mondo sa letteralmente da una vita. O, più banalmente, che scegli i titoli in base a come suonano (e sì, “incontra l’era digitale” è figo, finché non pensi che le parole hanno un significato).
In pochissime parole
L’IA ci fa davvero lavorare meno? – e sospetto che il problema non sia tanto l’intelligenza artificiale, ma il fatto che non sappiamo bene come misurare il lavoro.
La narrazione rassicurante degli influencer nella Dubai sotto attacco iraniano
Com’è che la Norvegia vince un sacco di medaglie sportive: si divertono.




