Le parole sono importanti, ma…
La newsletter numero 158 del 12 dicembre 2025
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 158ª edizione della mia newsletter settimanale di segnalazioni – che trovate anche nel numero extra del lunedì – e riflessioni.
Oggi parlo di parole e non parole, di recensioni e di font woke.
Ma prima una foto:
È un presepe allestito nel paesello qui vicino. I vari personaggi senza volto mi avevano incuriosito; poi ho letto delle polemiche per il presepe di Bruxelles e forse dovrei preoccuparmi per quello che qualche politico ha definito “un’assurdità e un insulto alle nostre tradizioni”.
Parole, parole, parole
È sempre bello (ri)leggere i classici. Perché – lo so, è banale dirlo, ma è anche vero – trovi sempre qualcosa di nuovo che nelle letture precedenti ti era sfuggito o avevi considerato come marginale.
È il caso di Guida all’uso delle parole di Tullio De Mauro: un gran bel saggio sulla scrittura e la comunicazione chiara e precisa.
Intanto ho trovato una metafora molto bella ed efficace che penso riprenderò spesso perché mostra in maniera molto chiara la natura delle metafore. Che non si limitano a sostituire una parola con un’altra, ma prendono due concetti e li ridefiniscono l’uno in funzione dell’altro. Così, “Napoli è la Firenze del linguaggio per gesti”1 unisce il ruolo del fiorentino nella costruzione di una lingua nazionale italiana con la gestualità napoletana.
Molto meglio dell’esempio solitamente usato, quel “I poveri sono i neri d’Europa” attribuito a Baudelaire e analizzato da Max Black in un articolo degli anni Cinquanta.2 Tralasciando l’uso di una parola oggi considerata un insulto (e che infatti ho sostituito), mi sembra che il contesto politico sia molto diverso ed è dura stabilire, tra Europa e Stati Uniti, dove oggi ci sono più discriminazioni razziali e meno mobilità sociale.3
È tuttavia un’altra parte ad avermi colpito maggiormente. Quello di De Mauro è un libro sulla scrittura e sulle parole, un libro sulla chiarezza linguistica. Ci si aspetta che il libro inizi — più o meno come ho fatto io settimana scorsa — spiegando l’importanza delle parole. I primi due capitoli, invece, si intitolano “Parlare non è necessario” e “Le parole non sono tutto”.
L’incipit non potrebbe essere più chiaro:
Parlare non è necessario. Scrivere lo è ancora meno. Per milioni di anni gli antenati degli esseri della specie umana hanno vissuto sulla Terra gridando come gli altri animali, ma senza parlare.
De Mauro non si limita a osservare che la scrittura — soprattutto quella fonetica, in cui i simboli non rappresentano concetti ma suoni — è in qualche maniera “contro natura” e che possiamo benissimo immaginare società in cui quasi nessuno sa leggere e scrivere (anzi, non dobbiamo neanche immaginarle: basta aprire un manuale di storia). De Mauro sostiene che anche la comunicazione verbale è relativa: è uno strumento utile e potente, su questo non c’è dubbio, ma non è tutto.
Anche nei primi mesi di vita, prima quindi di imparare a parlare, sappiamo usare le mani per manipolare oggetti, sappiamo stare seduti e camminare, sappiamo coordinare percezioni e ricordi. E anche da adulti siamo in grado di fare tante cose senza parole:
Chi cuoce una frittatina, chi si arrampica su una parete rocciosa e vi supera (contro ogni istinto) difficili tetti, chi fa a mente un’addizione o una divisione, il falegname che valuta un incastro, il meccanico che avverte qualcosa che non va nel e dal rumore d’un motore: ecco solo alcuni tra gli esempi di ragionato coordinamento di atti, ciascuno attentamente calibrato. Un agire razionale, accompagnato da sottili valutazioni di ciò che stiamo facendo, può svilupparsi e si sviluppa senza diretto intervento delle parole.
De Mauro poi prosegue notando che ciò che è davvero essenziale è la comunicazione, ma nel rileggere queste pagine nel 2025 mi è venuto in mente altro.
Tutto quello che De Mauro indica come importante al di là delle parole è proprio quello che manca ai modelli linguistici di grandi dimensioni, insomma alle intelligenze artificiali come ChatGPT. Per loro le parole sono tutto, riescono a fare cose incredibili ma falliscono anche in maniera spettacolare.
In poche parole
Perché le app per gestire i conti bancari mi chiedono di lasciare una recensione sull’App store? Che lo facciano altre app è ovvio: più recensioni positive significa maggiori probabilità di comparire tra i migliori giochi di strategia, editing di immagini, navigazione eccetera. Ma l’app della banca X uno la usa se è cliente della banca X, se è cliente della banca Y userà la loro app indipendentemente dalle recensioni. Oppure sono io un boomer e c’è gente che cerca “home banking” e in base alle recensioni sceglie dove aprire un conto?
Il Dipartimento di stato americano ha deciso di cambiare il font dei propri documenti ufficiali perché quello prima era “troppo woke”.
Il Calibri era infatti stato introdotto nel 2023 proprio per garantire maggiore leggibilità. Adesso sarà sostituito dal Times New Roman, già in uso dal 2004 quando aveva sostituito il Courier New.
Per capirci, la situazione è questa:
Da amante della tipografia, preferisco il Times New Roman o comunque un font con grazie per documenti ufficiali. E a leggere il testo completo della direttiva del segretario di stato Marco Rubio la maggiore autorevolezza — con tanto di riferimento all’Antica Roma4 — sembra essere la motivazione principale della scelta. Solo che nella direttiva Rubio ha anche voluto attaccare le “illegali, immorali, radicali o inefficaci” politiche di inclusione.
Probabilmente la decisione di usare il Calibri era “virtue signaling”, visto che il font è solo uno degli aspetti della redazione di documenti accessibili (e guardando il più semplice da cambiare e il più visibile); tuttavia è sconfortante vederlo sostituito da una manifestazione di cattiveria.
Non è la prima volta che il font Calibri finisce in un caso di cronaca.
In pochissime parole
Un aggiornamento sulla storia delle IA che non si rendono conto quando uno studio è ritirato.
Il passaggio è in realtà un po’ diverso, e più chiaro: “Napoli è stata la capitale, la Firenze, del linguaggio per gesti o ‘gestuale’”.
Ne avevo parlato qualche settimana fa.
Il Global Social Mobility Index vede ai primi posti Paesi europei.
Le grazie sono effettivamente una invenzione romana, ma per questioni pratiche dovute all’incisione su pietra delle scritte.




