La giustizia come pretesto
La newsletter numero 169 del 24 aprile 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 169ª edizione della mia newsletter gratuita (in ritardo di qualche giorno).
Oggi parlo remigrazioni e giustizia, di strani modi di calcolare le percentuali e di Gerrymandering.
Ma prima una foto: parte del cartellone degli orari ferroviari.
L’altro giorno, per qualche misterioso motivo, il cartellone delle partenze ha smesso di far parte del paesaggio ed è diventato oggetto della mia attenzione. Mi ha colpito in particolare la lunga legenda ricca di simboli che permettono di capire se quel treno viaggia solo nei fine settimana di agosto e se quel giovedì festivo fa delle fermate aggiuntive. Decifrare quell’elenco di simboli non era un compito impossibile, ma certo richiedeva attenzione e anche una certa abilità – e comunque a volte sfuggica qualche segno o capitava di far casino con l’elenco delle date. Oggi l’orario del treno è in tempo reale su una app e ho perso l’abitudine a leggere i vari “(6)-(7) dal 14..12–15.3 nonché 26.12 salvo 6.1”: una abilità cognitiva che ho perso e che non rimpiango per nulla.
Ne vale la pena
Si parla tanto di remigrazione, di questi tempi. E già su questa cosa vale la pena ragionare, perché non si parla di remigrazione come si parla di politica energetica o dell’imminente Eurovision Song Contest. La remigrazione non è semplicemente un tema di attualità. È un tema che si sta costruendo una sua legittimità.
Una premessa, perché abbiamo a che fare con un’idea nuova e (volutamente) vaga. Remigrazione non è il volontario rientro nel Paese d’origine o il trasferimento nel Paese d’origine della propria famiglia: questo è un fenomeno interessante da studiare, soprattutto se non è dovuto a un cambiamento nelle condizioni socioeconomiche della persona, del Paese di arrivo o di quello di partenza, ma alla discriminazione — come è il caso del francese Menka Gomis, intervistato dalla BBC un paio di anni fa. No, la remigrazione è l’espulsione forzata da un Paese delle persone che non ne farebbero parte, e quel “farne parte” è valutato in base a una visione estremamente restrittiva del vivere comune: la convivenza è possibile solo tra persone che condividono più caratteristiche possibili. Non conta lo status giuridico o l’avere un permesso di soggiorno; non conta nemmeno l’essere nati o avere la cittadinanza. Per essere espulsi, e non necessariamente verso il Paese d’origine, basta avere un passato migratorio più o meno lontano e — come sempre più frequentemente viene rivendicato apertamente — un colore della pelle diverso da quello considerato tipico. La remigrazione è il sogno di un Paese dove a contare sono solo persone dalla pelle chiara che si identificano in tradizioni che considerano immutabili (anche se sono molto probabilmente recenti) e hanno antenati nati e cresciuti entro una distanza ragionevole. Ho scritto “contare” perché è una questione di potere più che di presenza: puoi stare qui, basta che riconosci lo stato di subalternità.
Su come concepiamo la cittadinanza — e su come secondo me dovremmo concepirla — era stato il tema di una newsletter, alla quale rimando. Qui mi interessa esplorare un altro aspetto, apparentemente secondario.
L’ho accennato: quello di remigrazione è un concetto vago. Qui ho cercato di farne una sorta di “ricostruzione razionale”: eliminare le inevitabili ambiguità ma mantenendo l’essenza del progetto ed esplicitando le premesse implicite. Il rischio di farne una caricatura estremizzata è ovviamente forte e va quindi riconosciuto che non tutte le persone che guardano con simpatia alla remigrazione si riconoscono completamente nella mia ricostruzione. Magari per opportunismo politico: del resto se parliamo di “remigrazione” e non semplicemente di “deportazione” è perché si vuole rendere presentabile e normale un concetto che, se presentato senza eufemismi e ambiguità, farebbe orrore, almeno a molte persone. Ma c’è anche chi, per alcuni casi particolari, considera legittimo e opportuno l’allontanamento di persone con passato migratorio. E il caso tipico è quello di chi non rispetta la legge.
L’espulsione delle persone straniere che commettono crimini è il primo esempio che viene fatto negli ambienti che difendono la remigrazione. Poi il “progetto” prevede di passare agli stranieri non assimilati e prosegue con i cittadini con passato migratorio. Sarebbe tuttavia un errore considerare questa strategia di normalizzazione un processo ineluttabile: si può essere a favore del primo passo e rifiutare nettamente quelli successivi. Solo che quel primo passo, l’espulsione di chi infrange la legge, non è così limpido come sembra.
Come prima cosa bisognerebbe chiarire cosa si intende con “infrangere la legge”, espressione nella quale rientra di tutto, dall’auto in divieto di sosta alla strage. Ma questa è un’ambiguità che si può risolvere abbastanza facilmente stabilendo un elenco di reati gravi o di entità della condanna. Resta un problema tutt’altro che secondario: stiamo stabilendo pene diverse per motivi che non c’entrano nulla con il reato commesso. Due persone commettono lo stesso crimine nello stesso contesto, per gli stessi motivi e con le stesse conseguenze; ma una è straniera e quindi la puniamo più severamente, aggiungendo alla condanna l’espulsione. Questo contrasta con la mia idea di giustizia.
Ma, appunto, qual è la nostra idea di giustizia? In altre parole: perché puniamo alcune azioni con pene che vanno al di là del semplice risarcimento del danno causato?
La domanda sembra ovvia, ma non lo è. Quando una persona mi ruba il portafoglio e viene presa, mi vengono restituiti il mio portafoglio e il suo contenuto. Il danno è riparato, tutto è tornato come prima — eppure ci aspettiamo che quella persona subisca qualcosa in più del semplice rimborso. Perché?
Le risposte che come umanità ci siamo dati sono essenzialmente tre.
Le prime due riguardano la prevenzione. L’idea è che si punisce non per quello che è successo in passato, per un crimine che ormai c’è stato, ma per i crimini che potrebbero essere commessi in futuro. La pena è prospettiva, non retrospettiva: guarda avanti, non indietro. Non è un’idea moderna: il concetto di punire per prevenire lo troviamo già nell’Antica Grecia. Protagora, nel dialogo platonico che porta il suo nome, lo spiega senza tanti giri di parole: nessuno punisce guardando al passato, perché il passato non si può cambiare; si punisce perché il colpevole non torni a delinquere (quella che oggi chiamiamo prevenzione speciale) e perché chi assiste alla punizione sia scoraggiato dal fare lo stesso (cosa che chiamiamo prevenzione generale).
Questa idea delle prevenzione è poi andata avanti e, da Beccaria in poi, è uno dei principi del diritto penale moderno che giustamente si vuole allontanare il più possibile dall’idea di vendetta. Il problema è che, spinta fino in fondo, questa logica apre scenari inquietanti. Se la pena è un rimedio contro futuri crimini, perché aspettare che il reato venga commesso? È giusto punire una persona affinché sia da esempio e monito? Cosa fare se la rieducazione non è possibile? E il crimine è davvero simile a una malattia dell’individuo e la pena a una cura? Non sarebbe più efficace intervenire sugli aspetti sociali che hanno portato a commettere quel reato?
C’è poi la tensione interna alla prevenzione stessa. La prevenzione speciale, cioè la rieducazione di chi ha commesso il reato, non richiede necessariamente pene severe, anzi: percorsi di reinserimento, lavoro, formazione funzionano molto meglio di anni di brutale detenzione. Ma la prevenzione generale, per dissuadere altre persone dal commettere reati analoghi, va nella direzione opposta: più visibile e dura è la pena, più farà paura.
L’espulsione come si inserisce in questa idea della pena come prevenzione? Come prevenzione generale, è una pena in più che potrebbe dissuadere chi non ha la cittadinanza o ha un passato migratorio — ma di nuovo, non capisco perché dovrei dare importanza allo status giuridico di chi ha commesso il reato, come se l’avere antenati del luogo rendesse una rapina meno grave. Paradossalmente il ragionamento si potrebbe applicare anche a chi ha la cittadinanza — e in effetti l’esilio è spesso inteso non solo come fuga di una persona, ma proprio come pena.
Per la prevenzione speciale, l’espulsione è certamente una misura efficace, almeno su scala locale: se una persona non è presente in un territorio, sicuramente non può commettere reati (in quel territorio). Tuttavia si tradisce completamente l’idea di riabilitazione e recupero che è alla base della prevenzione speciale. E a questo punto si potrebbe immaginare l’espulsione come una pena alternativa: o sconti la pena oppure te ne vai — ma non so quanto una simile proposta soddisferebbe il giustizialismo che di solito anima chi sostiene le espulsioni.
L’alternativa teorica alla prevenzione è la retribuzione. Qui la pena non guarda al futuro ma al passato: chi ha commesso un crimine merita di essere punito, indipendentemente dall’effetto che la punizione avrà su di lui o sugli altri. La pena ristabilisce un equilibrio che è stato rotto.
Perché, questo è il ragionamento, un reato non provoca solo un danno diretto: chi mi ruba il portafogli non mi ha semplicemente sottratto un bene ma danneggiato la società nel suo complesso, colpendo la possibilità della convivenza tra persone libere (le formulazioni posso cambiare, ma il concetto grosso modo è questo). Chi commette un crimine abusa della propria libertà violando le condizioni che rendono possibile vivere insieme e la punizione serve a reintrodurlo in quel sistema, a saldare il conto con società o meglio con la possibilità stessa della società.
È strano mandare una persona in carcere — per non parlare di pene corporali o altri trattamenti umilianti — per un principio astratto, quasi metafisico. Ma questo modello ha il vantaggio di una proporzionalità tra punizione e fatto commesso: non c’è spazio per la “pena esemplare”, quella che punisce in modo spropositato per fare da monito. E una volta scontata la pena, il conto è saldato: non c’è ragione di continuare a penalizzare una persona per qualcosa che ha già pagato. Il che sembra riguardare proprio l’espulsione (a meno di non considerarla una alternativa alla pena).
Lo schema retributivo sembra poi escludere completamente una pena aggiuntiva per chi ha origini straniere: la proporzionalità riguarda quello che una persona ha fatto e perché lo ha fatto, non il suo status giuridico. Se la pena deve essere proporzionale al reato commesso, e due persone commettono lo stesso reato nelle stesse circostanze, come si giustifica che una delle due riceva una pena aggiuntiva — l’espulsione — in base a un fattore che non ha nulla a che fare con ciò che ha fatto? Certo si potrebbe argomentare che violare quel “patto di convivenza” è più grave, se in qualche maniera sei ospite. Ma di nuovo torniamo al concetto, che faccio davvero fatica ad accettare, che una violazione della libertà sia meno grave se a commetterla è una persona che può vantare antenati del luogo.
Ci sarebbe poi, in teoria, un altro modello di pena: quello abolizionista. Lo stato non ha il diritto di infliggere sofferenza e le controversie dovrebbero essere risolte tra le parti direttamente, attraverso risarcimenti e riparazioni, senza interventi punitivi dell’autorità pubblica. Sembra una assurdità libertaria, e per certi versi lo è, ma la depenalizzazione rientra, almeno in parte, in questo schema. E qui dentro l’espulsione è completamente fuori posto.
Studiando questi modelli, ci si convince abbastanza rapidamente che nessuno dei tre regge da solo: non sono principi da applicare, ma massime di cui tenere conto nel decidere quale sistema penale vorremmo — e il mio, riprendendo la proposta del filosofo del diritto H.L.A. Hart, vede la retribuzione come limite alla pena (non si punisce al di là di ciò che il reato merita, e si punisce solo chi ha davvero fatto qualcosa) e prevenzione e riabilitazione come obiettivi di breve e lungo termine.
Al di là della “ricetta penale” che una società decide di cucinare, l’espulsione di chi non ha la cittadinanza o ha un passato migratorio non sembra figurare tra gli ingredienti. Se proprio la si vuole inserire, lo si può fare come una misura di sicurezza separata: una sorta di “gestione del rischio” che va al di là della giustizia. La pena è il pretesto; l’obiettivo è la purificazione della società.
In poche parole
Se ho otto mele e due banane posso dire sia che le mele sono il quadruplo delle banane, sia che le banane sono un quarto delle mele. E lo stesso vale se al mattino avevo otto mele e al pomeriggio ne ho due: posso dire che ne avevo quattro volte tanto oppure che me ne restano un quarto. Le due formulazioni sono equivalenti anche per l’effetto che fanno, almeno per me. Ma se uso le percentuali l’effetto delle due versioni è diverso: avevo il 400% delle mele attuali; ora ho il 25% delle mele iniziali: +300% in un caso, -75% nell’altro.
Capisco che Trump e il suo segretario alla salute Kennedy non siano soddisfatti dal presunto calo del prezzo dei farmaci deciso dal presidente: se si passa da 10 a 600 dollari il nuovo prezzo è il 6000% di quello iniziale (e quindi è aumentato del 5900%); se si passa da 600 a 10 dollari il calo è di poco superiore al 98% e non fa la stessa impressione. Quello che non capisco è perché si siano inventati strani calcoli arrivando a una riduzione del 600% invece di dire, in maniera più semplice e diretta, che il farmaco adesso costa un sessantesimo di prima. Usare le percentuali è più “scientifico”? Sanno che l’opposizione si concentrerà sul calcolo fantasioso, trascurando il fatto quel calo, a quanto pare, non c’è stato e facendo la figura, per l’elettorato trumpiano, per professoroni col ditino alzato?
Il termine Gerrymandering è entrato da poco nel lessico politico italiano, ma il concetto — ridisegnare i collegi elettorali per vincere le elezioni — è antico e ben conosciuto anche in Europa. Se ne trova traccia anche nella storia politica del Canton Ticino, con il Dizionario storico della Svizzera che descrive la pratica come “ingegneria elettorale”. Negli Stati Uniti la pratica è ormai diventata una sorta di corsa della regina rossa1 con democratici e repubblicani che continuando a ridisegnare i collegi elettorali (l’ultimo caso è in Virginia) neutralizzano a vicenda gli effetti delle varie riforme. Nessun guadagno e una perdita di fiducia nell’elettorato — ma dubito ci siano le premesse per fermarsi e discutere criteri condivisi e validi per tutti.
In pochissime parole
Ci sono polemiche in California per un ecodotto, una di quelle strutture che servono al passaggio della fauna selvatica — l’opera effettivamente è costata più del previsto, ma le obiezioni ovviamente non si limitano a questo.
Il riferimento è a Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Caroll, nel quale si corre per restare dove si è.





