Il profumo della carta elettorale
La newsletter numero 147 del 26 settembre 2025
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 147ª edizione della mia newsletter settimanale di segnalazioni – che trovate anche nel numero extra del lunedì – e riflessioni.
Oggi parlo di piatti vegani, di votazioni facili, di comicità e di guerra ai cliché.
Ma prima una foto: una Sacher vegana che ho altruisticamente preso per lasciare l’ultima fetta onnivora a un amico di ristrette vedute alimentari.1
Non sono un luddista, ma…
Si vota, in questi giorni. Ci sono delle elezioni in Moldavia che sono sorprendentemente importanti, per uno stato di tre milioni di abitanti che è probabilmente meno noto del quasi omonimo fiume (che peraltro non passa neanche di lì). C’è anche una votazione popolare in Svizzera e in Ticino, dove vivo.
È vero che di referendum se ne tengono regolarmente, in Svizzera: fanno parte di quel rito collettivo che prende il nome di “democrazia diretta”. Ma questa domenica si prenderanno decisioni con effetti economici decisamente importanti, per le finanze pubbliche e quelle private. Si voterà infatti per cambiare il modo in cui si pagano le tasse sulle abitazionie sul finanziamento dell’assicurazione sanitaria obbligatoria. Certo l’importanza delle leggi non si limita agli aspetti economici, ma qui un risultato o un altro porterà a importanti trasferimenti di denaro, tra i più alti che ricordi.
Per comodità si indica domenica come data della votazione. Ma di fatto si vota prima da casa, con le schede che arrivano settimane prima per posta. Immagino che ognuno abbia le sue abitudini, ma sospetto che la maggior parte delle persone prenda le schede e in un momento di relativa calma sfogli il libretto con le spiegazioni ufficiali e poi, in base anche a quello che ha sentito o letto in giro, scriva il suo “sì” o il suo “no” e poi, alla prima occasione utile spedisca o consegni le schede.
Comodo, no? Da un po’ di tempo si discute di rendere il voto ancora più comodo, votando elettronicamente dal proprio smartphone.
La tentazione del voto elettronico
L’idea è seducente: perché non eliminare anche questi ultimi passaggi fisici? Dopotutto, come sostengono i fautori del voto online, “il mondo libero si muove verso un modello di democrazia maggiormente partecipativo”.
Il ragionamento sembra logico: con lo smartphone gestiamo già pagamenti, conti bancari, informazioni sanitarie, dati personali inclusi quelli sensibili. Aggiungere “sono a favore di questa riforma” o “voto per questo partito” pare poca roba. La promessa di un sistema sicuro, semplice ed economico non pare così improbabile.
Tuttavia quando si parla di sicurezza conta il rapporto costi/benefici. Entrare nel mio conto corrente online non deve essere impossibile: basta che per farlo sia necessario uno sforzo superiore a quello che si può prelevare. Evito qui la scontata battuta su come per il mio conto basterebbe la password “12345” (la combinazione che un idiota metterebbe alla sua valigetta, come insegna Balle spaziali). Resta il fatto che influenzare l’esito di una votazione può rendere molto di più – senza dimenticare che, con la banca digitale, una imprudenza dell’utente compromette solo i suoi soldi, mentre in una votazione può avere effetti sulle decisioni collettive. Ed essere poco rilevabile – ma su questo punto torneremo.
Ammettiamo che queste difficoltà tecniche si possano superare: temo non sia vero, e soprattutto lo temono diversi esperti di cose informatiche la cui opinione vale certamente più della mia. Ma ammettiamo che sia così: tutto risolto? Direi di no.
Anche se la strategia migliore, per influire sulle procedure di voto, rimarrà quella tradizionale della propaganda e della disinformazione – proprio come sta accadendo in Moldavia – il voto digitale può essere un problema. Perché quella disinformazione può essere facilitata da procedure che, per quanto obiettivamente sicure, rischiano nella loro complessità di portare a qualche sospetto. Le schede di carta non sono a prova di brogli, ma sappiamo come funzionano tanto che mi sentirei uno stupido a spiegare cosa succede. Il sistema di autenticazione e cifratura delle informazioni richiesto da un voto elettronico è opaco e lontano dall’esperienza personale: facile metterne in dubbio l’affidabilità.
Roberto Casati e Fabrizio Tonello parlano di “vantaggio epistemologico” per le votazioni non digitali: chiunque è in grado di capire come funziona e come garantisce le tre caratteristiche essenziali del voto ovvero universalità (chiunque ne abbia diritto deve poter votare), segretezza (non si sa chi ha votato cosa) e integrità (ogni voto contribuisce al risultato). Il voto elettronico, in sostanza, priva la cittadinanza di una effettiva conoscenza del funzionamento del voto. Aprendo quindi la strada alla disinformazione.
Questo peraltro non riguarda solo il voto elettronico da casa, ma anche quello nei seggi (per quanto al riparo, se isolati dalla rete, dagli attacchi da remoto). Lo si è visto recentementef negli Stati Uniti: dopo la sconfitta di Donald Trump nel 2020, l’allora ex presidente ha scatenato una campagna contro i sistemi di voto elettronico, in particolare quelli della Dominion Voting Systems, azienda che fornisce tecnologie elettorali a 28 stati americani. Trump e i suoi alleati hanno accusato la Dominion di aver “cancellato 2,7 milioni di voti” – ovviamente senza prove, ma la cosa ha poca rilevanza per la fiducia nel sistema.
Già che parliamo di “sistemi ibridi”: non cito qui un argomento comunque non trascurabile, quello del voto di scambio e della costrizione. Nell’urna il voto si è protetti anche da altre persone, a casa si può essere obbligati a votare contro la propria volontà da membri della famiglia, datori di lavoro eccetera. Non parlo di questo problema perché riguarda anche il voto a domicilio analogico come quello che si tiene in Svizzera.
La partecipazione non è tutto
Certo, votando dallo smartphone si riduce l’astensionismo che è in aumento in molti Paesi – in Svizzera spesso sono più i non votanti dei votanti.
Intanto ci si potrebbe chiedere se davvero è così. Come riportano sempre Casati e Tonello, in Estonia il voto elettronico non sembra aver attratto nuovi elettori ma ha semplicemente spostato il voto dai seggi. Ma, soprattutto, davvero dovremmo avere come obiettivo quello di aumentare la partecipazione? Credo che l’obiettivo dovrebbe essere piuttosto avere votanti che sappiano su cosa si vota – e rendere il voto troppo facile rischia di portare a decisioni superficiali.
Un rito complesso ci dà l’idea di una decisione importante per la quale vale la pena impegnarsi e documentarsi. È lo stesso principio per cui i matrimoni non si celebrano con un clic su un’app, ma richiedono tempo, riflessione e una serie di passaggi formali. Introdurre degli ostacoli è spesso la soluzione migliore per evitare decisioni impulsive o involontarie: molti programmi di posta elettronica tengono le email in un limbo di qualche secondo, prima di inviarle davvero, e prima di cancellare una foto lo smartphone ci chiede se siamo davvero sicuri di volerlo fare (e anche qui spesso ci lascia qualche giorno per recuperarla). Per decidere quali politici dovranno approvare leggi o governare uno stato direi che è giustificata qualche cautela in più.
Certo, sarebbe ingenuo pensare che le scelte democratiche prese nelle urne siano meditate e razionali – non è così, non siamo esseri razionali neppure dovendo prenderci qualche ora di tempo per andare a votare. Ma è più facile che dedichiamo meno energie mentali, a una votazione per la quale basta aprire un’app sul telefonino.
Il voto cartaceo nelle urne può sembrare anacronistico: perché nell’era degli smartphone devo per forza recarmi in un determinato posto in determinati orari? Eppure questa “scomodità” – o altre più adatte a una società fortemente mobile come la nostra – porta a prendere sul serio il voto. Quando devo programmare di andare al seggio, quando devo organizzarmi per trovare il tempo, sto già facendo un piccolo investimento nella decisione. È un meccanismo psicologico potente: più sforzo mettiamo in qualcosa, più tendiamo a prenderla sul serio.
In poche parole
Certo, è una scusa e a guardarla bene pure maldestra. Ma non mi sento di dare tutti i torti al comico australiano Jim Jefferies che parteciperà – come molti altri – a un festival della comicità in Arabia Saudita. Per giustificare la partecipazione a un evento la cui funzione principale è quella di costruire una qualche forma di rispettabilità a un Paese impresentabile, Jefferies ha detto – riporto dal Post – che “anche il governo degli Stati Uniti è coinvolto in omicidi controversi”. Si fosse limitato a quello avrei potuto non dico applaudirlo, ma
Sto raccogliendo alcune citazioni sull’antilingua e all’elenco ho aggiunto Martin Amis che, nell’introduzione del suo La guerra contro i cliché scrive:
Idealizzando, possiamo dire che in genere scrivere significa combattere contro i cliché. E non soltanto i cliché della penna, ma anche quelli della mente e quelli del cuore. Quando critico, di solito lo faccio citando i cliché. Quando elogio, cito le doti opposte: freschezza, energia e una voce che riverbera.
Condivido pienamente questo paragrafo. Eppure c’è qualcosa che non mi convince: il testo non mi pare fresco ed energico, non è “una voce che riverbera”. Così per curiosità sono andato a cercare la versione originale e mi sembra che la traduttrice Federica Aceto si sia lasciata un po’ andare:
To idealize: all writing is a campaign against cliché. Not just clichés of the pen but clichés of the mind and clichés of the heart. When I dispraise, I am usually quoting clichés. When I praise, I am usually quoting the opposed qualities of freshness, energy, and reverberation of voice.
Capisco che sia difficile rendere il rimando tra “dispraise” e “praise”, se non con “disprezzo/apprezzo” che però mi pare un po’ troppo forte. Ma se Amis ha deciso di scrivere tre volte di seguito “cliché”, perché sostituire le ripetizioni con “quelli”? E perché la cautela del “possiamo dire che in genere”, completamente assente nel testo originale?
In pochissime parole
Vegan burgers are losing the US culture war over meat – che si possa parlare di “guerra culturale” per quelle che di fatto sono delle polpette vegetali credo dica molto del punto in cui siamo arrivati.
La fetta vegana era un po’ asciutta, per cui la sua ristrettezza di vedute non era del tutto ingiustificata.




