I podcast sono stati inventati nel 1894
La newsletter numero 162 del 13 febbraio 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 162ª edizione della mia newsletter settimanale di riflessioni e segnalazioni.
Oggi parlo di quello che un secolo fa era il futuro dei giornali, di due pensatori che non ci sono più e di un inventore che non c’è mai stato.
Ma prima una foto:
Octave Uzanne, chi era costui?
Lo confesso: fino a pochi giorni fa ignoravo che fosse esistito un uomo di nome Octave Uzanne. Wikipedia ha una voce relativamente lunga a lui dedicata, per cui sospetto che fosse una mia mancanza di conoscenza e non la completa irrilevanza di Uzanne — del quale esiste un ritratto realizzato da Félix Vallotton, pittore che invece conosco.
Uzanne, sempre stando a Wikipedia, fu giornalista ed editore “noto anche come letterato e bibliofilo” nato nel 1851 e morto nel 1931.
Come ho fatto a scoprire l’esistenza di Uzanne? Per una presentazione stavo cercando l’immagine di una riunione di redazione, di quelle classiche con tanti giornalisti (e talvolta anche una o due giornaliste) intorno a un tavolo che sembrano parlare di cose importanti. E nel Public Domain Image Archive ho trovato l’illustrazione della redazione di un “giornale fonografico del futuro”:
Era l’immagine di cui avevo bisogno per la mia presentazione? Ovviamente no. Ma di fronte a un’immagine così curiosa non potevo che smettere di fare quello che stavo facendo e indagare.
Si tratta di una illustrazione di Albert Robida — altro personaggio interessante di cui però avevo già sentito parlare — pubblicata dallo Scribner’s Magazine nel numero di luglio-dicembre 1894, a corredo di un articolo di Octave Uzanne: The End of Books, la fine dei libri.
Non potevo fare altro che leggere quel testo.
Uzanne racconta di una serata londinese tra menti eccelse avvenuta un paio di anni prima. Serata iniziata con una conferenza di Sir William Thompson, ovvero Lord Kelvin, alla Royal Society, con tanto di polemica sull’età della Terra che avrebbe al massimo qualche milione di anni a dispetto di quel che sostenevano geologi e naturalisti.
E qualche milione di anni era anche l’aspettativa di vita del nostro pianeta, visto che tanto mancava, secondo Lord Kelvin, al raffreddamento del Sole. Oggi sappiamo che entrambe le stime sono sbagliate di diversi ordini di grandezza e che, per quanto riguarda la formazione della Terra, ad avere ragione erano geologi e naturalisti. Ma, appunto, lo sappiamo noi oggi e Uzanne – al quale alla fine interessa tutt’altro tema – dà conto della disputa scientifica e del fatto che quelle sono le (autorevoli) ipotesi di Lord Kelvin.
Milioni o miliardi di anni, poco cambia per il gruppo di menti eccelse che dopo la conferenza cenano sorseggiando champagne: a loro interessa parlare del futuro dell’umanità e non si spingono oltre qualche migliaio di anni.
Con una certa ironia, Uzanne riassume le varie ipotesi, rielaborazione dei discorsi che immagino circolassero nei salotti dell’epoca: il dominio intellettuale e morale dei continenti giovani America e Oceanica a scapito della decadente Europa e di un’Africa che per svilupparsi dovrà attendere il declino americano;1 un’alimentazione a base di polveri, sciroppi e pillole evitando la sofferenza animale; la morte delle belle arti in favore della “riproduzione meccanica” della realtà.
E poi, finalmente, le menti eccelse chiedono a Uzanne quali siano le sue, di previsioni, su cosa sarà “delle lettere, della letteratura e dei libri nei prossimi cento anni”.
E qui arriva la parte davvero interessante dell’articolo – quantomeno, la parte davvero interessante per noi, che leggiamo queste previsioni ben oltre “i prossimi cento anni”.
I libri, nel senso di raccolte di fogli stampati, cuciti e rilegati, cadranno in disuso: è questa la lapidaria risposta del bibliofilo Uzanne.
Perché i libri stampati sono destinati all’obsolescenza? Perché leggere è faticoso: affatica la vista, costringe il corpo ad assumere posizioni scomode, richiede elevate energie mentali. È evidentemente solo per mancanza di alternative, che continuano a leggere libri. Ma adesso che quelle alternative ci sono grazie ai cilindri fonografici di Edison — l’adesso di Uzanne è la fine dell’Ottocento —, sarà inevitabile l’abbandono, visto che gli esseri umani hanno sempre preferito la comodità.
Una previsione decisamente sfortunata: da quella serata londinese sono passati centotrent’anni e c’è ancora gente che continua a scrivere, pubblicare e vendere libri (e c’è persino chi li compra e li legge).
Tuttavia la cosa interessante delle previsioni non è il cosa, ma il perché. E certamente c’è dell’ironia, nella descrizione delle sofferenze legate alla lettura, ma c’è anche del vero. Non mi riferisco tanto alla postura o alla vista – anche se sembra esserci del vero –, ma alla parte sulla “continua attenzione che consuma buona parte dei fosfati cerebrali”. Immagino che Uzanne si riferisse a chi non è abituato a leggere, ma la descrizione si adatta anche alle persone dislessiche che – semplificando molto – non hanno l’automatismo di collegare segni, suoni e significati. Ma su questo torneremo.
Il resto dell’articolo descrive questa società futura nella quale i libri saranno sostituiti dai cilindri fonografici di Edison. Perché sì, Uzanne rimane ancorato a questi cilindri ma, pur non immaginando l’arrivo di altri supporti, intuisce che la tecnologia porterà a dispositivi sempre più piccoli e potenti. Talmente piccoli da poter essere portati in giro, così da poter godere delle letteratura (parlata) camminando.
Gli scrittori saranno noti come “narratori” e, per evitare falsificazioni, depositeranno la propria voce all’ufficio brevetti. Ci sarà comunque la possibilità di affidarsi a interpreti di professione – e qui si potrebbe quasi sospettare che Uzanne abbia avuto accesso non solo alle invenzioni di Edison, ma anche alla macchina del tempo di H.G. Wells, vista la precisione con cui ha decritto l’attuale mercato degli audiolibri.
I cilindri fonografici non risparmieranno ovviamente il giornalismo. Perché tenersi quegli immensi fogli di carta – all’epoca si stampava sui “lenzuoli” grandi grosso modo come un A2 – quando posso agevolmente ascoltare le notizie? Oltretutto, argomento Uzanne, il testo è una rielaborazione che potrebbe risultare imprecisa: molto meglio ascoltare la vera voce di testimoni, politici eccetera. Direi che è il passaggio più ingenuo di tutto l’articolo: come se l’audio originale, tagliato o presentato in una certa maniera, non potesse essere ingannevole…
Arriviamo finalmente all’immagine che mi aveva colpito: le redazioni che diventano degli studi di registrazione. Questo, argomenta Uzanne, porterà alla fine del “mandarinismo letterario”: non è chiarissimo cosa intenda con questo termine, ma direi che si riferisce a una scrittura raffinata ed elitaria, di quella che preferisce l’eleganza formale alla chiarezza e all’immediatezza. Niente “frasi pomposamente decorate”, quindi ma al loro posto corsi di dizione (e “voci forti e risonanti” che favorirebbero “giovani uomini robusti”).
Fin qui, nulla di particolarmente sconvolgente: le previsioni, in parte avveratesi, di una persona attenta agli sviluppi tecnologici.
Solo che a un certo punto della serata Julius Pollock, presentato come “vegetariano mite ed erudito naturalista”, rimprovera Uzanne di star descrivendo una realtà molto aristocratica. La replica è netta: nulla mancherà al popolo che “potrà inebriarsi di letteratura come di acqua pura, e altrettanto economicamente”.
Uzanne prosegue immaginando dei distributori automatici di letteratura: un nichelino per un cilindro fonografico con le opere di Goethe, Milton, Byron o Dickens (sono alcuni degli autori citati da Uzanne). Sospetto che un libro cartaceo, all’epoca, costasse molto di più, probabilmente il corrispondente di almeno un giorno di lavoro di un manovale: Uzanne sta descrivendo una profonda democratizzazione di un’attività prima riservata alle élite.
La fine dei libri è vista non come una perdita culturale, ma come un'evoluzione sociale che democratizza il sapere.
In poche parole
Questa settimana sono morte due persone che, per motivi diversi, in vita hanno insegnato l’importanza del dubbio.
Il primo è Antonio Zichichi che purtroppo ho scoperto quando ormai il suo percorso aveva superato non solo la fase “valente scienziato” ma anche quella di “brillante divulgatore” per diventare una sorta di “fenomeno da baraccone” che nega l’origine umana del riscaldamento globale e l’evoluzione darwiniana. Ci sarebbe anche l’idea di dimostrare scientificamente l’esistenza di dio, ma lì il problema è più filosofico che scientifico. Con queste sue uscite Zichichi mostra quanto sia pericoloso essere troppo sicuri di sé – e ci ricorda che l’autorevolezza dovrebbe limitarsi a pochi settori.
Il secondo morto illustre è certamente meno noto, ed è secondo me un peccato: parlo del filosofo Dario Antiseri. È quello dei manuali scritti con Giovanni Reale – e sono convinto che quello che c’è di buono nella monumentale Storia della filosofia dalle origini a oggi pubblicata da Bompiani sia suo e non di Reale – e proprio nei giorni scorsi avevo visto in libreria il suo ultimo libro, I dubbi del viandante, pubblicato da Rubbettino. Sospetto fosse l’ultimo liberale cattolico, convinto che la grande lezione del cristianesimo fosse la secolarizzazione. Era anche un difensore del relativismo che lui intendeva come “la constatazione empirica di un pluralismo di concezioni etiche che, prive di una fondazione razionale ultima e definitiva, sfidano la nostra libertà e la nostra responsabilità” (dal libro Relativismo, nichilismo, individualismo, sempre pubblicato da Rubbettino).
Ad Amalfi c’è una statua di Flavio Gioia ed è certamente un monumento meritato: sarebbe stato lui, nel Trecento, ad aver perfezionato la bussola magnetica, rendendola utilizzabile per la navigazione.
Solo che Flavio Gioia non sarebbe mai esistito: la bussola è davvero stata sviluppata ad Amalfi, ma non si sa da chi. Cosa è successo? Tra i primi a riconoscere il contributo degli amalfitani fu, nel Quattrocento, lo storico Flavio Biondo e un secolo dopo un altro umanista, Giovan Battista Pio, fa quello che ogni persona perbene dovrebbe fare: cita la fonte. Solo che il suo “inventus a Flavio traditur” può essere letto come “lo tramanda Flavio” ma anche come “l’ha inventato Flavio”.
Ho trovato questa storia nel libro Gli errori che hanno cambiato la storia, ma leggo da Wikipedia che la prima a occuparsene sarebbe stata la storica Chiara Frugoni in Medioevo sul naso.
In pochissime parole
In Cina le emissioni di CO2 non crescono più ma sono stabili o addirittura in leggero calo.
E anche negli USA, nonostante la retorica di Trump, ci sono meno centrali a carbone.
Sono in corso le Olimpiadi invernali. E per una volta le mascotte hanno dei nomi efficaci.
Tralasciando il fatto che gioventù e anzianità dei continenti viene valutata unicamente in base alla conquista dei popoli europei, è interessante osservare che non si cita l’Asia.





Lieto del riferimento a "The End of Books". Ne esiste anche una deliziosa edizione in lingua italiana, che contiene un altro paio di racconti, sempre a tema "libri". Uzanne oltre ad essere un raffinato bibliofilo era anche un discreto narratore. Qui può trovare l'edizione citata: https://www.lavitafelice.it/scheda-libro/octave-uzanne/la-fine-dei-libri-9788877992758-985.html Grazie per l'intervento.