I contesti sono importanti
La newsletter numero 179 del 17 luglio 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 179ª edizione della mia newsletter gratuita.
Oggi parlo di parole, interpretazioni e giustificazioni maldestre, di Mondiali e di Mar Caspio.
Ma prima una foto: i Dialoghi di Platone tradotti in giapponese — una delle piacevoli sorprese che ho trovato qualche settimana fa al Museo romano di Losanna.
Non è la stessa cosa
Le parole sono importanti: non so quante volte l’ho scritto, in questa newsletter e altrove. Le parole sono importanti perché sono tracce: serve una persona che le interpreti, che le legga o le ascolti, e soprattutto serve un contesto. L’impronta da sola non dice quasi nulla: bisogna sapere su che terreno è stata lasciata, in quale momento della giornata o dell’anno ci troviamo, quali sono le specie animali presenti eccetera. Si dice spesso che quando senti un rumore di zoccoli, devi pensare a un cavallo e non a una zebra. A meno che non ti trovi nella savana africana — e se sei sul set di un film dei Monty Python allora faresti meglio a cercare delle noci di cocco.1
Aggiungo quindi una postilla: non solo le parole, ma anche il contesto è importante. E fragile, visto che è più facile manipolare il contesto delle parole, come mostra una notizia arrivata da Cesena.
Il 6 giugno, ultimo giorno di scuola, due maturandi del liceo classico Vincenzo Monti hanno esposto da una finestra uno striscione con scritto «L’Italia agli italiani». Sembra che nel cortile ci siano stati cori che richiamavano la Decima Mas e i due studenti avevano già collezionato oltre dieci note disciplinari nel corso dell’anno. La scuola ha risposto con un 6 in condotta e una tesina riparatoria, da discutere alla maturità, sulle leggi razziali e sul saggio Gli africani siamo noi di Guido Barbujani (un bel saggio, spiace vederlo usato come punizione).
Poi è arrivata la politica con tutto il repertorio di condanne e di manifestazioni di solidarietà. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha definito la frase «condivisibile, non censurabile», perché in fondo «comprende tutti i cittadini», e ha disposto un’ispezione per verificare se la tesina punisse la condotta o l’opinione; il Partito democratico ha invece parlato di «lessico del peggior suprematismo». E i ragazzi si sono difesi parlando di un messaggio d’amore per la nazione ispirato a Carducci.
Cosa c’entra Carducci? C’entra, perché «L’Italia agli italiani» arriva effettivamente da lui. È un verso che chiude l’ode Piemonte, del 1890: «rendi l’Italia / a gl’italiani». Il contesto è quello della lotta contro l’occupazione straniera, del Risorgimento che Carducci celebra a Unità d’Italia ormai avvenuta. Quel verso nel cortile di un liceo nel 2026 ha tutto un altro significato: la traccia è la stessa, l’animale che l’ha lasciata è un altro.
Altra difesa, credo nata sui social media e non riconducibile agli studenti: se «L’Italia agli italiani» è inaccettabile, allora dovrebbe esserlo anche «La Palestina ai palestinesi». È una fesseria, ma è interessante cercare di capire perché è una fesseria: le due frasi hanno dopotutto la stessa struttura, con un territorio rivendicato per un popolo. Cosa cambia? È una domanda che merita una risposta seria, non un’alzata di spalle. E la risposta, come a questo punto si sarà capito, sta nel contesto.
Da una parte c’è una nazione sovrana, con strutture statali solide e riconosciute, che si confronta per la prima volta nella sua storia con una significativa immigrazione da Paesi non europei. Dall’altra parte ci sono un popolo e un territorio che uno stato non ce l’hanno — per ragioni e motivi che lascerei da parte in questa newsletter. «L’Italia agli italiani» significa escludere persone di origine straniera dalla vita politica e sociale; «La Palestina ai palestinesi» significa rivendicare autodeterminazione e riconoscimento.
È quindi perfettamente possibile criticare il primo e accettare il secondo. Mi risulta invece difficile capire come si possa difendere il primo ricordando il Risorgimento e condannare il secondo, visto che in entrambi i casi parliamo di un’occupazione straniera (seppure in contesti molto diversi).
Va detto che, in entrambi i contesti, resta uno slogan efficace ma anche problematico: *[territorio] ai [popolo]* porta scritto dentro un confine, un dentro e un fuori. «La Palestina ai palestinesi», insieme alla liberazione e all’autodeterminazione, porta con sé anche l’esclusione di chi non è palestinese: per un futuro di pace cercherei un’altra formula.
Le parole sono tracce: per comprenderle dobbiamo considerare il contesto. Dobbiamo farlo per ricostruire il significato di quelle parole, non per costruire giustificazioni fantasiose o addirittura ridicole — penso qui al ministro Valditara e alla sua surreale idea di una innocua espressione di patriottismo.
In poche parole
So che la finale dei Mondiali di calcio sarà tra Spagna e Argentina — per non saperlo, del resto, mi sarei dovuto impegnare per evitare le notizie sportive. Ma non seguirò la finale: quella sera, con ogni probabilità, farò altro. Come molte altre persone.
Anni fa decisi di partire per il mare in auto proprio durante una partita dell’Italia, convinto di non trovare traffico. Mi sbagliavo: nessun ingorgo, ma l’autostrada non era affatto deserta. Certo la partita la si può seguire anche alla radio e un aneddoto ha scarsa rilevanza. Sono andato sul sito della FIFA per capire quante persone hanno seguito gli ultimi Mondiali — e calcolare, quindi, quante come me, hanno fatto altro.
Partire dai dati della FIFA è chiaramente un limite: non solo stiamo chiedendo all’oste se il vino è buono, ma accettiamo anche analisi poco dettagliate di mercati numericamente importanti ma poco redditizi (l’Africa è ad esempio accorpata al Medio Oriente). Detto questo il “total media engagement” è di circa 5 miliardi, insomma il 60% della popolazione mondiale. Sono una minoranza, sì, ma tutt’altro che insignificante — peraltro ammesso di non far parte di quel “media engagement”, visto che include chiunque abbia anche solo letto un articolo sui Mondiali. Ad aver visto (almeno un minuto) della finale è stato poco meno del 20% della popolazione mondiale.




