I complottisti avevano ragione
La newsletter numero 160 del 30 gennaio 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 160ª edizione della mia newsletter settimanale di riflessioni e segnalazioni — la prima dopo una pausa natalizia durata più del previsto.
Oggi parlo di verità, post-verità e fiducia, di incertezze e di errori culinari.
Ma prima una foto:
Chi ci crede più
Il titolo di questa edizione della newsletter – “i complottisti avevano ragione” – richiama una tipica dinamica delle discussioni con chi dice di pensare fuori dal coro.1
Funziona grosso modo così: si parte da una affermazione forte, tipo “la Luna è di formaggio”, presentandola come verità che le autorità ufficiali tengono nascosta; si presentano studi preliminari o spiegazioni divulgative come negazione di questa verità negata, tipo “ehi per negare che la Luna è di formaggio dicono che non c’è acqua”; infine prendono nuovi studi o semplicemente delle spiegazioni più approndite per dire che avevano ragione loro, quindi “adesso dicono che ai poli lunari c’è acqua, eppure lo negavano: chissà su cos’altro non ci dicono la verità”.
Qui faccio qualcosa di simile: il titolo afferma una tesi forte – che, appunto, i complottisti avevano ragione e adesso dirò in cosa – argomentando in realtà per una versione più debole, e per certi versi opposta, della tesi.
In cosa i complottisti avrebbero ragione? Banalmente, nel fatto che dobbiamo dubitare di tutto e non possiamo fidarci di nessuno.
Di esempi se ne possono fare diversi – purtroppo. Qui mi limito a citare il caso che più mi ha colpito in queste ultime settimane (e che in definitiva mi hanno portato a dedicare a questo tema la newsletter). Sto parlando degli “eventi a Minneapolis”, come con un certo servilismo li ha definiti il Ceo di Apple: gli interventi repressivi della polizia antimmigrazione, le proteste della popolazione, le persone uccise dagli agenti nonostante non rappresentassero un pericolo.
Ad avermi colpito non è ovviamente la diversità di opinioni su quanto sta accadendo: è normale, per non dire auspicabile, pensarla diversamente in situazioni simili. Sono abbastanza anziano da ricordare la Rivolta di Los Angeles del 1992 e pur avendo seguito la cosa attraverso i media europei – era il 1992, mica si potevano leggere online il New York Times o il New York Post –, ricordo che c’era chi, con tutti i distinguo del caso, riconosceva le ragioni della polizia (e del governo di Bush padre) e chi, sempre con tutti i distinguo del caso, in quelle dei rivoltosi.
Non sono neanche stupito che ci siano versioni diverse dei fatti. Non riesco ovviamente a definire “normale” (e figuriamoci “auspicabile”) una situazione nella quale ognuno, oltre alle proprie opinioni, ha anche i propri fatti. Ma è difficile restare sorpresi dalle diverse ricostruzioni del comportamento delle vittime e degli agenti.
Quello che mi ha colpito è la quantità di materiale fantastico che circola sulla vita e la morte di Renee Nicole Good e Alex Pretti e in generale sulle proteste di Minneapolis.
Seguo regolarmente Facta, una testata che si occupa di disinformazione, e la sezione “antibufala” si è popolata di smentite come “questa immagine non rappresenta correttamente la dinamica dell’uccisione di Renee Nicole Good”, “il video dell’anziana su uno scooter inseguita da agenti dell’ICE non è reale”, “questa foto di Alex Pretti che fa riabilitazione a due veterani senza gambe non è reale”. In questi giorni ho anche visto un vichingo in una vasca da bagno inseguito dall’ICE.
Non si tratta necessariamente di contenuti falsi, nel senso di appositamente concepiti per ingannare. Immagino che il video del vichingo sia nato per gioco – di fatto ricorda le gag del cinema muto – e quella di Alex Pretti, che da quel che ho capito lavorava davvero con veterani, come omaggio. Ci sono poi tutte le immagini autentiche “migliorate” tramite intelligenza artificiale per aumentarne la qualità oppure per rimuovere la maschera dell’agente che ha sparato a Renee Good — con il rischio (che diventa certezza nel caso della maschera) di introdurre artefatti.
Quando si parla di “post-verità” si intende esattamente questo: non la presenza di inganni e menzogne, ma l’indifferenza verso la verità o la falsità. Anche il bugiardo è interessato alla verità — per stravolgerla —, qui siamo più nell’ambito della performance. Il che va benissimo, quando siamo in un contesto artistico o letterario: che Macbeth abbia davvero ucciso Duncan è irrilevante, se siamo a teatro; è ovviamente rilevante, e molto, se abbiamo in mano un libro di storia. Ecco di fronte a tutte quei contenuti di fantasia su Minneapolis ho l’impressione che a essere saltata sia proprio quella differenza tra teatro e libro di storia, tra contesti in cui la verità conta e quelli in cui invece non ha importanza.
Ma sto divagando. Il punto è che in mezzo a questo misto di realtà e fantasia dovremmo mettere in discussione il nostro normale atteggiamento di “truth-default”. È lo psicologo Timothy R. Levine ad aver sistematizzato l’idea: quando comunichiamo con altre persone diamo per scontata la verità di quello che ascoltiamo, leggiamo o vediamo anche in presenza di motivi per non crederci – è solo in un secondo tempo che, eventualmente, iniziamo a dubitare.
Sarebbe più saggio fare il contrario? Dubitare in automatico di tutto e solo in un secondo tempo, se il contenuto e la fonte ci convincono, fidarci? È in fondo quello che sostengono i complottisti, quantomeno per quanto riguarda le fonti ufficiali.
C’è tuttavia un problema: il meccanismo del “truth-default” non è un’abitudine che possiamo correggere, ma il modo in cui è fatta la nostra mente. Non so se Levine approverebbe il paragone, ma è come le illusioni ottiche: anche se sappiamo benissimo che le due linee di Müller-Lyer sono lunghe uguali, e conosciamo il meccanismo alla base del fenomeno, continuiamo a vederne una lunga e una corta:

No, non è possibile dubitare di tutto quello che vediamo, sentiamo o leggiamo. Possiamo, e forse dobbiamo, rivedere l’importanza delle ragioni che ci portano, in un secondo tempo, a dubitare. Alla fine torniamo a David Hume: la persona saggia proporziona la sua credenza alle prove. E le prove, oggi, valgono un po’ meno.
In poche parole
Una citazione dal bel libro The Art of Uncertainty di Sir David Spiegelhalter
If our view of science is based on how we were taught in school, or how it is portrayed in the media, we may think of it as a body of confirmed laws and facts about how the world works. This settled science is vitally important, and good enough for most of us. But it is not the concern of active scientists, who are more focused on conducting research to push out the boundaries of our knowledge. And just like when exploring a physical frontier, this effort is characterized by uncertainty.
Se la nostra idea di scienza si basa su come ci è stata insegnata a scuola, o su come viene rappresentata nei media, potremmo pensarla come un corpo di leggi e fatti confermati su come funziona il mondo. Questa scienza consolidata è fondamentale e sufficientemente valida per la maggior parte di noi. Ma non è la preoccupazione di chi fa attivamente scienze e si concentra piuttosto su ricerche che ampliano i confini delle nostre conoscenze. E proprio come quando si esplora una frontiera fisica, questo sforzo è caratterizzato dall’incertezza.
Sto ascoltando le Unreleased Recordings di Radu Lupu — pianista che ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo diversi anni fa, seguendo anche le prove aperte al pubblico. Non ricordo il programma del concerto, ma l’orchestra suonava i Quadri di un’esposizione di Musorgskij e durante una pausa delle prove Lupu si era messo a suonare la versione per piano dei Quadri. Non avevo idea che si trattasse di una rarità, come indicano diverse recensioni del disco.
Sempre dalle recensioni, scopro che Lupu aveva deciso di non pubblicare alcune delle registrazioni incluse nella raccolta. Sono contento di poterle ascoltare; mi chiedo tuttavia in quali casi le intenzioni dell’autore e l’integrità dell’opera originale — che include anche la non pubblicazione — vadano rispettate e in quali invece possiamo fregarcene.
Nel 2019 Luigi Di Maio, che all’epoca era vicepresidente del consiglio, scrisse in una lettera a Le Monde che la Francia ha una “tradizione democratica millenaria”. Venne comprensibilmente preso in giro: la tradizione democratica francese ha un paio di secoli al massimo e a esser generosi, ovvero ignorando Napoleone, la restaurazione borbonica e Napoleone III.
Qualche settimana fa, la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha affermato, in un videomessaggio a proposito del recente riconoscimento da parte dell’UNESCO, che la cucina italiana “custodisce un patrimonio millenario che si tramanda di generazione in generazione”. Non ho letto reazioni particolari a questa dichiarazione. Eppure è un’affermazione altrettanto ingenua di quella di Di Maio: un millennio fa buona parte degli ingredienti alla base della cucina italiana semplicemente non c’era, la Pizza Margherita deve il suo nome a una regina vissuta alla fine dell’Ottocento, la pasta alla carbonara è nata dopo la Seconda guerra mondiale e questo per limitarmi alle prime cose che mi sono venute in mente rispetto a un “patrimonio millenario” che direi in molti casi non arriva al secolo.
Perché questa disparità di trattamento? Ok, Di Maio pur da vicepresidente era una macchietta politica, Meloni no. Credo tuttavia ci sia anche un altro aspetto. L’anno della Rivoluzione francese fa parte di quelle conoscenze di base che chiunque dovrebbe avere; l’origine della carbonara è invece una curiosità e sospetto che lo sia anche l’origine americana di mais, patate e pomodori. Il che, sia chiaro, ha senso: per quanto sia sempre difficile, e imbarazzante, stabilire quali conoscenze siano più importanti di altre, direi che l’origine dei sistemi politici e istituzionali batte quella delle ricette. Non fosse che – ed è proprio il riconoscimento UNESCO per come è stato presentato dal governo italiano – i due aspetti sono collegati e contribuiscono a formare un’immagine del mondo nel quale viviamo.
In pochissime parole
A proposito di cucina italiana: l’UNESCO ha riconosciuto la “Italian cooking”, non la “Italian cuisine” — e non è la stessa cosa.
Ruggero Rollini intervista Marco Ferrari sull’intelligenza (e la coscienza) delle piante.
La superstizione secondo XKCD: la convinzione che ogni cosa brutta sia colpa nostra.
Espressione che ho sempre trovato curiosa, visto che in genere queste persone cantano semplicemente in un altro coro, a volte persino più monotono di quello dal quale vorrebbero distinguersi.



