Ho letto l’enciclica del papa e ho capito che non avrei dovuto
La newsletter numero 172 del 29 maggio 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 172ª edizione della mia newsletter gratuita.
Oggi parlo del papa e dell’intelligenza artificiale e, visto che l’enciclica era bella lunga, di poco altro.
Ma prima una foto: Socrate che soffre il caldo (nonostante abbia bevuto della rinfrescante cicuta).
Leone il magnifico
Ho letto, e da più parti, che è il più importante documento sull’intelligenza artificiale quantomeno degli ultimi anni e così mi sono preso mezza giornata per leggerla, questa enciclica Magnifica Humanitas di sua santità Papa Leone XIV. E ho capito che non avrei dovuto.
Intendiamoci: non è un brutto testo, non dice cose sbagliate e ci sono un paio di aspetti interessanti sui quali vale la pena riflettere. Non avrei dovuto leggerlo perché, molto banalmente, non sono credente e, se faccio parte della comunità cattolica, è semplicemente per inerzia, trovandomi a vivere in una società con una marcata impronta cristiana. Non sono insomma il destinatario di questa enciclica il cui obiettivo non è fare in modo che la società nel suo complesso comprenda meglio come gestire l’intelligenza artificiale, ma fare in modo che le persone di fede cattolica possano dare un contributo cristiano al dibattito sull’intelligenza artificiale. E la cosa, peraltro, è evidente fin dall’inizio:
La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme.
L’alternativa è tra una Babele «sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione» (§7) e la Città di Dio che, citando Agostino d’Ippona, è definita da «l’amore di Dio e del prossimo» (§130). In questa «magnifica umanità creata da Dio» non c’è spazio per una società costruita su valori laici (è quella che si chiama “fallacia della falsa dicotomia”).
Mi si può obiettare che «è il papa, cosa ti aspettavi?». Verissimo, è il papa, ma è il papa in un mondo dove il cattolicesimo è una fede tra le altre e anche all’interno della comunità cattolica molte persone non solo non vanno a messa regolarmente, ma non credono neanche in un Dio unico — quasi la metà, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica svizzero (grafico G13). In questo contesto penso che anche un papa, soprattutto quando parla di temi sociali e non di teologia, dovrebbe partire dalla ragione e non dalla rivelazione. Peraltro seguendo una lunga tradizione cristiana, vedi ad esempio la Summa contra gentiles di Tommaso d’Aquino i cui primi libri sono dedicati, appunto, alle verità accessibili con la ragione naturale.
«È un’enciclica, cosa ti aspettavi?». Verissimo anche questo: è un testo indirizzato ai fedeli, ovvio che si fondi su Cristo e si cerchi la benedizione del Padre celeste, come si legge nel secondo paragrafo. Ed è altrettanto ovvio che si ribadiscano alcuni principi della morale cattolica, come la condanna dell’aborto provocato (§55) e che la famiglia è «fondata sull’unione stabile tra un uomo e una donna» (§165).
Solo che sempre nel secondo paragrafo si afferma che «desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo» mentre più avanti (§129) si ribadisce che «per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo». Ora, che dialogo vuoi instaurare se i tuoi argomenti si basano unicamente sull’origine divina dell’essere umano? Nel paragrafo 65, ad esempio, l’unico argomento per una equa distribuzione delle risorse è che i beni naturali «sono donati da Dio all’intera famiglia umana»: bello, ma non ci dà grandi indicazioni su come distribuire equamente le risorse (in base ai bisogni? al merito? allo scopo di massimizzare il benessere? di ridurre le ineguaglianze?) e considera come semplici “cose” tutto quello che non è umano, quando una parte del pensiero contemporaneo riconosce una personalità, e dei diritti, quantomeno agli animali.
Ammetto che su questo aspetto — l’assenza di un punto di vista laico — sono forse eccessivamente critico, visto che l’enciclica cita più volte la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, evidenziando come abbia «fissato un linguaggio comune per dire, almeno come ideale condiviso, che la dignità è universale» (§123).
Quindi no, non credo sia il documento più importante sull’intelligenza artificiale degli ultimi anni. Ma certamente sarà il più popolare: il papa è uno che ha il suo seguito, non solo tra i cattolici, e sono sicuro che questa sua enciclica sarà ampiamente citata. Anche perché di frasi bell’e pronte per essere estrapolate ne ha molte — per quanto alcune abbiano un fastidioso sapore di massima da Bacio Perugina: «nessuna macchina potrà mai sostituire [l’umanità] nel suo splendore» (§15), «far crescere la tecnica senza far regredire il cuore» (§126), «trasformare la conoscenza condivisa in bene comune, non in leva di dominio» (§178).
Apro una parentesi, visto che ho accennato allo stile dell’enciclica e c’è chi ha “accusato” Leone XIV di averla scritta usando un’intelligenza artificiale generativa.
Non è scritta male, per essere una enciclica — cioè un testo che, come detto, si rivolge a vescovi e tramite loro a tutta la comunità cattolica. È inevitabile che la lettura risulti un po’ noiosa e alcuni passaggi decisamente retorici, ma sinceramente: magari tutti i documenti ufficiali fossero scritti così! Quanto all’uso dell’IA: siamo nel 2026 e non vedo perché per redigere un testo complesso come questo, pubblicato in più lingue, non si debba ricorrere all’intelligenza artificiale. Ovviamente con l’approccio «sobrio e vigile» indicato nell’enciclica stessa (§100), ma dubito che a qualcuno in Vaticano sia venuto in mente di caricare su ChatGPT il Catechismo, un po’ di articoli divulgativi sulle IA e chiesto di scrivere un’enciclica di 40mila parole.
Se proprio vogliamo accusare di ipocrisia il papa, farei notare che il (bel) materiale di supporto allestito dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale non è ospitato sul sito del Vaticano, ma sulla piattaforma di uno dei «grandi attori economici e tecnologici» che tendono «a sfuggire al controllo pubblico» (§95, ma il tema del potere eccessivo in mano ad aziende private ritorna in più punti).
Oltretutto, le “prove” portate a sostegno dell’uso di IA generative sono affidabili come la lettura dei fondi di caffè. I rilevatori di testo sintetico sono inaffidabili. O, meglio, sono affidabili come rilevatori di scrittura istituzionale, che è quella che può produrre una IA con una configurazione di base o un essere umano che ha a che fare con testo regolato da codici e protocolli — come, appunto, un’enciclica. Per dire: ho sottoposto a uno di questi rilevatori un capitolo della mia tesi di laurea (che ormai è diventata maggiorenne) e me l’ha data come incerta; un testo generato da Claude è invece risultato 100% umano.
Fine della parentesi.
Penso sia giunto il momento di dire qualcosa sui contenuti di questa enciclica.
L’introduzione anticipa i temi principali, tra cui come detto l’alternativa tra Babele e Città di Dio. Il primo capitolo è una breve storia della Dottrina sociale della chiesa da Leone XIII, quello della Rerum novarum, a oggi. A una prima lettura sembra un inserto autopromozionale, una cosa del tipo “ehi vedete, la Chiesa è sempre stata al passo con i tempi!”, ma in realtà precisa due punti importanti. Il primo è che certo, si parte dalla Parola di Dio che ci fornisce «criteri affidabili per orientare i cammini della giustizia», ma poi quei criteri vanno declinati «nelle complesse situazioni del nostro tempo» (§23). In poche parole: non ci sono precetti dogmatici ma un insieme di valori — che troviamo nel secondo capitolo — da difendere in un continuo dialogo con la società. E questo è il secondo punto secondo me interessante: l’intelligenza artificiale è semplicemente l’ultimo capitolo di un romanzo iniziato molto tempo fa. Un capitolo importante che porta avanti la storia, che accelera la trama, ma che non cancella quanto avvenuto prima.
Se c’è un motivo per cui considero importante e interessante questa Magnifica Humanitas è proprio questo: non c’è una rivoluzione antropologica. L’umanità è sempre la stessa, con i suoi pregi e i suoi difetti — per il papa i primi derivano da Dio e i secondi dal voltargli le spalle, per me no ma la cosa non è importante, adesso —, l’intelligenza artificiale così come altre conquiste della scienza e della tecnica (nel paragrafo 93 si citano scienze cognitive, nanotecnologia, robotica e biotecnologia) possono aumentare sia i pregi sia i difetti, creano nuove potenzialità e nuove vulnerabilità, ma non cambiano il quadro. Rispetto alle narrazioni che vedono nell’intelligenza artificiale la fine del mondo o l’inizio di una luminosa età dell’oro, il pragmatismo di Leone XIV è una boccata di aria fresca in una stanza piena di aria viziata.
Il secondo capitolo, come accennato, ricostruisce i valori della Dottrina sociale della Chiesa: bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale.
Con il terzo capitolo arriviamo finalmente all’intelligenza artificiale. E devo dire che, tenendo conto della natura del documento, se ne dà una interessante descrizione. Penso riuserò l’immagine delle IA che sono «coltivate» più che «costruite» visto che «gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”» (§98). E vale la pena citare quasi per intero il paragrafo 99:
Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente. Anche quando tali strumenti vengono presentati come capaci di «apprendere», il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana. Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore.
Sì, è una descrizione che riguarda soprattutto gli LLM — i modelli linguistici di grandi dimensioni che fanno funzionare Gemini, ChatGPT e Claude — trascurando altre tecnologie; e mi sembra anche puntare un po’ troppo sui limiti delle IA. Ma è in ogni caso un ottimo punto di partenza per l’analisi successiva.
Cosa ci dice questa analisi? Tante cose e un punto fondamentale è che la tecnica non è neutra ma incorpora i valori della società in cui si sviluppa e delle persone che ci lavorano (§104, ma è un concetto che ritorna in vari punti). Per chi ha una formazione filosofica, o almeno un certo tipo di formazione filosofica, è un punto abbastanza banale, ma in altri ambienti — e sospetto anche nel pensiero comune — prevale l’idea che la dimensione morale arrivi solo in un secondo tempo, quando un essere umano decide come usare un certo strumento.
Quali sono i valori che le IA generative si portano dietro? Il paradigma tecnocratico (§92). Il concetto, ripreso dall’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, descrive la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche. Quando usiamo queste tecnologie dobbiamo cercare di resistere al paradigma tecnocratico e mi riconosco nelle varie raccomandazioni e richieste: trasparenza, responsabilità, non delegare decisioni che riguardano diritti e libertà personali eccetera.
Il problema è che a una critica legittima di transumanesimo e postumanesimo l’enciclica contrappone — di nuovo con una falsa dicotomia: Babele o la Città di Dio — un elogio del limite e della sofferenza che trovo altrettanto problematico. Sono convinto che occorra ragionare criticamente sulle conseguenze e sul significato di ogni intervento che mira a migliorare la nostra vita, ma questo ragionamento critico non può basarsi sull’idea che senza dolore non ci sarebbero neanche amore e desiderio (§120).
Il quarto capitolo è dedicato alle conseguenze sociali dell’intelligenza artificiale. E anche qui, considerando che stiamo leggendo un’enciclica e non un saggio di filosofia della tecnologia, ci sono molti temi interessanti: l’informazione che non si basa più su legami di fiducia e pratiche condivise ma su un controllo centralizzato o automatizzato, il potere nelle mani di poche piattaforme che superano l’autorità statale, il controllo sociale, il mercato del lavoro, l’impatto ecologico dello sviluppo delle intelligenze artificiali. Su alcuni aspetti ho qualche perplessità — principalmente dovuta al fatto che il confronto è sempre con un modello di società ancorata in una tradizione in cui non mi riconosco —, ma nel complesso è un buon compendio di quello a cui bisogna fare attenzione.
In questa analisi manca la guerra, ma per un motivo molto semplice: è al centro del quinto capitolo. O meglio, il quinto capitolo è dedicato all’intelligenza artificiale che si presta alla «cultura della potenza» e del dominio (§188). Credo sia il capitolo con cui sono più d’accordo e ho apprezzato in particolare il paragrafo 218 dedicato a un «sano realismo»:
Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti tanto l’idealismo politico, quanto il cinismo. Esiste infatti un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni. Esiste d’altra parte anche un realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare. Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. Non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza: cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili.
L’enciclica si conclude con un «itinerario di vita cristiana sobrio ed esigente» (§229) che, non essendo particolarmente interessato a una vita cristiana, ho letto molto velocemente. Preferisco quindi tornare su Babele e la Città di Dio, i due modelli che attraversano tutto il testo con la loro falsa dicotomia.
La storia di Babele e della sua torre la conosciamo tutti. Secondo la Genesi, l’umanità un tempo parlava una sola lingua e decise di costruire una città con una torre che arrivasse fino al cielo, un monumento alla propria potenza collettiva. Dio scese, vide l’opera, e confuse le lingue degli uomini in modo che non potessero più capirsi. Il popolo si disperse per tutta la terra e la città prese il nome di Babele, cioè “confusione”.
Cosa non va della torre di Babele? Secondo Leone XIV la torre è «grandiosa, ma disumana» (§129): è un’opera «concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione» (§7); è un’opera «guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare» (§90), è lo scontro «tra potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo» (§185).
L’alternativa a Babele è, come accennato, la Città di Dio di Agostino d’Ippona. Leone XIV non insiste troppo su quest’opera di Agostino, ma evidentemente non perché teme che il riferimento sia oscuro. Infatti lo sostituisce con una figura biblica che credo in pochi conoscessero, prima di Magnifica Humanitas: Neemia. Neemia era un ebreo al servizio del re persiano Artaserse e quando viene a sapere che Gerusalemme è in rovina — le mura crollate, le porte bruciate — dopo l’esilio babilonese decide di intervenire. Ma, prima di agire, digiuna e prega; poi chiede al re il permesso di tornare e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. A quel punto convoca la comunità: affida a ogni famiglia un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni dall’interno e dall’esterno.
La Gerusalemme di Neemia è «un’opera che ha Dio al centro» che non rinasce «grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo» (§8), è una «ricostruzione paziente e condivisa» (§129).
È una bella immagine, quella della Gerusalemme di Neemia. Ed è scontato preferire quell’esperienza alla torre di Babele — se proprio uno fosse costretto a scegliere o l’una o l’altra. Ma, a dispetto della retorica della scelta decisiva che troviamo proprio all’inizio dell’enciclica, credo che possiamo prendere la grandiosità di Babele e la sua consapevolezza che l’essere umano deve bastare a se stesso e unirlo alla responsabilità condivisa della Gerusalemme di Neemia, lasciando fuori sia la disumanizzazione e il dominio, sia la sottomissione a un dio che si porta dietro una visione limitata dell’essere umano e del suo posto nella natura.
In poche parole
Proprio poche, visto che la lettura dell’enciclica mi ha preso un bel po’ di tempo. E segnalo la newsletter a pagamento uscita mercoledì, con un dialogo filosofico sui qualia — insomma, sulla domanda se io vedo il rosso come lo vedono altre persone. La risposta breve è: non lo sappiamo ma probabilmente sì. Quella lunga è qui.
Internazionale ha tradotto un lungo articolo di Emily Laber-Warren sulla saggezza, concetto vago ma che in qualche maniera si riesce a misurare (c’è anche una sorta di test sviluppato dalla psicologa Judith Glück).
Se volete un esempio pratico di saggezza, c’è una bella intervista di Jason Zinoman al comico Martin Short, in cui racconta tra le altre cose come ha affrontato i numerosi lutti della sua vita.






Analisi cristallina, senza pregiudizi e con punti di vista concreti ed ampiamente condivisibili. Poi l'aspetto fideistico è un altra storia e coinvolge il singolo del proprio intimo ma non era qui la sede per parlarne.
Complimenti da un cattolico impegnato