El Niño e la palla sul pendio
La newsletter numero 171 del 22 maggio 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 171ª edizione della mia newsletter gratuita.
Oggi parlo di cultura del rischio, di film strappalacrime e di blocchetti che prendono fuoco.
Ma prima una foto: adesivi dadaisti.
Quello che non possiamo controllare (e quello che invece possiamo)
È da un mesetto che leggo del possibile arrivo di un El Niño particolarmente intenso — con effetti climatici decisamente poco simpatici per il 2027, con siccità prolungate in alcune regioni e alluvioni in altre.
È una possibilità, non una certezza: si sono verificate alcune condizioni che possono portarci lì, a un 2027 complicato dal punto di vista climatico, ma non è detto che si finisca lì. Immaginiamo di essere alla base di un pendio erboso e di vedere una palla che rotola dalla cima. Il terreno è irregolare, la palla cambia continuamente direzione e non sappiamo dove arriverà, se vicino a noi o dalla parte opposta del prato, ma via via che la palla prosegue la sua discesa, e vediamo dove si trova, ci facciamo un’idea sempre più chiara. Al momento la palla è nella parte “El Niño particolarmente intenso” del pendio: potrebbe spostarsi, nei prossimi mesi, ma intanto è lì.
Un po’ di anni fa avevo avuto l’opportunità di intervistare il fisico Hans Joachim Schellnhuber, fondatore dell’Istituto per la ricerca sull’impatto climatico di Potsdam. Gli avevo chiesto quanto fosse difficile studiare il clima e lui mi aveva risposto che il meccanismo di base non è particolarmente complicato: più gas a effetto serra ci sono nell’atmosfera, più energia rimane sulla Terra. Su questo, aveva aggiunto, «all’interno della comunità scientifica c’è un consenso pressoché completo, perché si tratta di un settore della fisica ben conosciuto e sviluppato». Poi c’è tutto il discorso su come si comporta l’atmosfera (e, per El Niño, gli oceani), sulle conseguenze per gli esseri viventi (umani inclusi) e gli ecosistemi: lì le cose sono più complesse e ci può essere maggiore incertezza, soprattutto sul livello di certi fenomeni.
È difficile comunicare l’incertezza. Il che a pensarci bene è strano: nella nostra vita quotidiana l’incertezza è una presenza costante e la gestiamo anche abbastanza bene. Quando perdiamo le chiavi di casa, non sappiamo con certezza dove si trovano — altrimenti non diremmo che le abbiamo perse — , ma facciamo delle ipotesi che aggiorniamo naturalmente mentre le cerchiamo. Saranno rimaste nella borsa? No lì non ci sono, forse nella tasca della giacca? Neanche lì. Forse nei pantaloni? No meglio riguardare bene nella borsa.
Ma quando dal «dove avrò lasciato le chiavi» si passa a scenari e proiezioni, è difficile orientarci. Così se leggo che le probabilità di un El Niño forte o molto forte è di circa il 50%, ho l’impressione che al NOAA, il National Oceanic and Atmospheric Administration — l’agenzia federale americana che si occupa di oceani e atmosfera, e tra le altre cose monitora El Niño —, stiano lanciando una moneta per prevedere se l’anno prossimo farà caldo o freddo. In realtà è una informazione molto rilevante: significa che la palla sta rotolando verso di noi e non è dall’altra parte del prato.
Torniamo all’esempio delle chiavi. Appena mi ricordo che il giorno prima avevo indossato la giacca nera, tolgo la giacca rossa dall’elenco dei posti dove potrebbero essere le chiavi. Una persona che osserva la mia ricerca lo considererà un passo avanti nella ricerca e un miglioramento, per quanto marginale, della mia conoscenza. Lo stesso vale se aggiorniamo gli scenari climatici tenendo conto del calo straordinario dei costi delle energie rinnovabili: anche quello è un passo avanti, una buona notizia. Ma lì il discorso rischia di essere percepito in maniera diversa. Come riportato da Sara Peach, direttrice della newsletter Yale Climate Connections, grazie all’espansione del fotovoltaico e alle politiche climatiche adottate da molti paesi, lo scenario peggiore — quello in cui continuiamo ad aumentare le emissioni senza freni fino a metà secolo — è ormai considerato “implausibile”. Non significa che il problema sia risolto, significa che alcune delle giacche rosse le abbiamo già tolte dall’elenco. Trump ha provato a trasformare questa notizia in una prova che il clima non è un problema e che gli scienziati fanno terrorismo. Il che, per riprendere Peach, è un po’ come dire che siccome il cancro ai polmoni è diminuito grazie alle campagne anti-fumo, quelle campagne erano inutile allarmismo.
Qualche settimana fa ho seguito la conferenza stampa di una mostra dedicata ai disastri come alluvioni, incendi, valanghe, epidemie, guerre eccetera. È al Museo di Leventina, a Giornico, un museo etnografico in una valle ticinese relativamente sperduta — ci passano ferrovia e autostrada, ma appunto ci passano. L’esposizione risponde a due esigenze. Da una parte mostrare che i musei etnografici non hanno in deposito solo gli arnesi usati dai contadini nell’Ottocento. Le collezioni etnografiche sono nate con quella esigenza lì, di preservare un mondo rurale che la modernità stava facendo scomparire, ma almeno nella Svizzera italiana non sono per fortuna rimaste schiacciate da questa idea nostalgica. La seconda esigenza della mostra è quella di raccontare i disastri nella loro dimensione culturale e sociale. Perché una valanga è sempre una grande massa di neve che scende da una montagna, ma la possiamo considerare una manifestazione del volere divino, una fatalità, un fenomeno naturale da studiare e da affrontare con quello che la scienza e la tecnologia ci mettono a disposizione. Il che ha portato a raccontare i disastri come eventi che sfuggono al nostro controllo per quanto riguarda le cause, ma non gli effetti.
Le curatrici Diana Tenconi e Sandra Felcini hanno scelto la via del gioco, disponendo i vari reperti in un lungo gioco dell’oca il cui esito dipende dal lancio di dadi e da alcune carte jolly che permettono di evitare conseguenze negative. Le postazioni sono molto interessanti e ben fatte. Troviamo manuali di igiene, ordinanze per la pulizia delle canne fumarie e la sorveglianza continua dei camini, oratori costruiti per invocare la protezione divina contro il fuoco. Purtroppo per allestire il percorso non sono state coinvolte persone esperte di giochi, e questo secondo me si vede: in aggiunta alle carte jolly avrei ad esempio visto bene un sistema di punti che aumentano il valore dei dadi o permettono di ritirarli in caso di esito sfavorevole, distinguendo tra prevenzione, allerta e risposta. Perché è proprio questa relazione tra quel che sfugge al nostro controllo e quello che invece possiamo controllare — prima, durante e dopo l’emergenza — la parte più difficile da comprendere.
Così El Niño è un evento naturale che non possiamo controllare e che non è neanche direttamente collegato alle attività umane. La sua causa è una variazione ciclica della circolazione oceanica e atmosferica nel Pacifico equatoriale: di norma, i venti alisei spingono l’acqua calda verso ovest, verso il Sudest asiatico, mentre al largo del Sudamerica risale acqua fredda dalle profondità. Con un intervallo che va dai due ai dieci anni, questo meccanismo si inceppa, i venti si indeboliscono o si invertono e l’acqua calda si accumula nella parte orientale del Pacifico, alterano i flussi meteorologici in tutto il mondo.
Non possiamo farci nulla. Ma è un evento naturale che si aggiunge al riscaldamento globale, aumentandone gli effetti: El Niño non avviene nel vuoto, ma si sovrappone a un pianeta che è già più caldo di almeno un grado e mezzo rispetto all’era preindustriale. Come ha scritto Marc Alessi, ricercatore dell’Union of Concerned Scientists, El Niño e il riscaldamento causato dai combustibili fossili potrebbero formare una squadra terribile. Ma sul riscaldamento di fondo — quel livello base determinato dalle emissioni di gas serra — possiamo intervenire: riducendo le emissioni rallentiamo il processo, e ogni decimo di grado in meno conta perché riduce l’intensità degli effetti che El Niño amplifica.
E ovviamente possiamo — anzi direi che dobbiamo — prepararci. Se un El Niño forte o molto forte si materializzerà entro la fine dell’anno, gli effetti arriveranno in momenti diversi a seconda delle regioni: il monsone indiano potrebbe indebolirsi già in estate, riducendo le riserve d’acqua per centinaia di milioni di persone; nella Amazzonia e in Indonesia aumenterebbe il rischio di siccità e incendi; in alcune zone del Sudamerica e della California si moltiplicano le precipitazioni intense. A livello globale, El Niño tende a far salire ulteriormente le temperature medie — il 2027 potrebbe diventare l’anno più caldo mai registrato. Per i paesi più vulnerabili, specialmente nell’Africa subsahariana e nel Sudest asiatico, l’impatto sulle produzioni agricole rischia di tradursi in crisi alimentari. Prepararsi significa potenziare i sistemi di allerta precoce, garantire riserve idriche, pianificare la distribuzione degli aiuti alimentari nelle regioni più esposte. Senza aspettare la certezza che l’evento si manifesti nella sua forma più estrema.
El Niño non influisce direttamente sul clima europeo. Ma questo non significa che non ci riguardi. Ci riguarda per ragioni di solidarietà umana elementare, prima di tutto: le crisi alimentari e le siccità che un El Niño intenso può innescare in Africa subsahariana e in Asia colpiscono popolazioni che già vivono in condizioni di vulnerabilità. Ci riguarda perché il mondo è uno: le distruzioni alla produzione agricola globale si traducono in aumenti dei prezzi che arrivano anche sugli scaffali europei; le crisi umanitarie alimentano instabilità geopolitica che non rimane confinata ai paesi in cui scoppia. E ci riguarda perché il riscaldamento globale — quel livello di base su cui El Niño si sovrappone — è un problema prodotto in gran parte dai paesi industrializzati, Europa inclusa. Ignorare quello che succede dall’altra parte del pianeta non è solo miopia morale: è anche una cattiva gestione del rischio.
In poche parole
Nel film ‘My Life - Questa mia vita’ Michael Keaton ha pochi mesi di vita a causa di un tumore e una moglie (Nicole Kidman) incinta. È un film strappalacrime onesto ma tutto sommato trascurabile — non so bene neanche io come mai qualche giorno fa mi è tornato in mente. Tra le varie cose che fa il protagonista per prepararsi alla morte, c’è una serie di video per accompagnare il figlio mentre diventa grande. Una videocassetta non può ovviamente sostituire un padre vivo, ma non si può fare altro e il "lieto fine" del film è Michael Keaton che legge un libro del Dr. Seuss. In un ipotetico remake del film, il protagonista potrebbe addestrare un LLM, dandoli la sua voce. Mi chiedo quali sarebbero le reazioni del pubblico — ammetto che io per primo, pur non rifiutando le intelligenze artificiali generative, sarei molto perplesso.
Ho il vivido ricordo di una trasmissione tv di Piero Angela dedicata alla psichiatria. Come tutti i ricordi vividi, è molto probabilmente impreciso: la “vividezza” è di solito frutto di continue rielaborazioni per cui la scena che sto per descrivere potrebbe essere stata molto diversa. Ad ogni modo, per spiegare che ogni persona reagisce in modo diverso agli eventi della vita Piero Angela aveva mostrato alcuni blocchetti. Uno, mi pare, era di metallo, un altro di legno, forse ce ne era uno di carta o addirittura di ghiaccio. Li prendeva uno a uno e li metteva sopra una fiamma: la stessa identica fiamma scioglieva il ghiaccio, bruciava la carta, anneriva il legno e non faceva nulla al blocchetto di metallo (che però, aggiungo io, all’aumentare della temperatura perde resistenza, per cui in caso di incendio il legno alla fine resiste di più).
Quella dei blocchetti è un’immagine che mi è tornata in mente diverse molte, leggendo dell’uomo che ha investito diverse persone in centro a Modena. Come in numerosi altri casi simili, siamo di fronte a un problema di salute mentale — e mi pare che finalmente questo aspetto sia entrato nel dibattito. Tuttavia ci dovremmo concentrare non solo sulla salute mentale del singolo, ma anche sul contesto sociale. Perché certo il materiale dei blocchetti conta, ma senza la fiamma nessuno prendeva fuoco.
In pochissime parole
Da quattro secoli pensiamo ai dodo nel modo sbagliato (ne avevo anche scritto anch’io, un po’ di tempo fa)





