Due ingenuità del 2010
La newsletter numero 175 del 19 giugno 2026
Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 175ª edizione della mia newsletter gratuita.
Oggi parlo di intelligenze artificiali che (non) guidano, di guerre, di film con gli omini verdi e strane stanze.
Ma prima una foto: la Cartiera Burgo di Mantova, progetto di Pier Luigi Nervi.
Ero un ottimista, ma poi ho smesso
Nei giorni scorsi il primogenito ha concluso la scuola dell’obbligo. Una di quelle tappe che ti fa capire che il tempo passa e altre riflessioni intrise di nostalgia ed esistenzialismo a buon prezzo.
Come esercizio di sanità mentale, ho cercato di ricordarmi cosa davvero pensavo quando, nel 2010, lui era venuto al mondo e io ero diventato padre. E mi ricordo che avevo due dubbi — cioè, ovviamente ne avevo molti di più, di dubbi, ma gli altri erano pratici e hanno trovato soluzioni e risposte variamente efficaci. Il primo dubbio al quale mi riferisco è “ma a 18 anni farà la patente o ormai con le auto a guida autonoma non ne sentirà il bisogno?”. Il secondo è “chissà se gli toccherà fare il militare o se, ai suoi 18 anni, avranno abolito anche in Svizzera la leva obbligatoria?”. Mi sembravano dubbi legittimi e anzi ritenevo non solo possibile, ma anche probabile che a 18 anni non sarebbe stato chiamato per il reclutamento e non avrebbe avvertito la necessità di imparare a guidare. Del resto, era il 2010.
Era il 2010: l’elenco di tecnologie promettenti che poi si son rivelate un fallimento era già bello lungo — e un caso, il Segway che avrebbe dovuto rivoluzionare la mobilità urbana, riguardava proprio i trasporti — eppure mi pareva che la guida autonoma fosse lì, non dico a portata di mano ma comunque raggiungibile in un decennio o poco più.
Era il 2010, di guerre in giro per il mondo ce ne erano anche più di quelle che oggi riesco a ricordare — ma erano lontane, erano locali, tutto faceva pensare a una continua riduzione delle spese per gli armamenti, quantomeno nei Paesi dell’Europa occidentale. Sembrava che le fitte relazioni commerciali tra Paesi stessero togliendo ogni senso alla guerra: sembrava vero che “dove passano le merci non passano i cannoni”, con la globalizzazione che rende non conveniente la guerra. In fondo l’Unione europea era nata proprio così, mettendo in comune carbone e acciaio — la materia prima dei cannoni — per rendere la guerra tra i suoi membri materialmente impossibile.
Oggi mi è chiaro che guidare non è una cosa così semplice da insegnare a una macchina. Abbiamo numerosi sistemi di guida assistita — ma i più sofisticati sono ancora riservati ai modelli più costosi — e ci sono i robotaxi, che però circolano soltanto in alcune città, dentro aree delimitate e mappate fin nei dettagli (e con qualche incidente e altre situazioni curiose). Ma serve ancora un essere umano per muoversi su strade non minuziosamente mappate, nella varietà di situazioni in cui ci si può trovare, tra cantieri, nevicate, ostacoli, segnaletica poco chiara, un semaforo guasto, un materasso caduto dal camion che ti precede, un ciclista che con un cenno della mano ti comunica la traiettoria che ha appena deciso, le mille consuetudini locali che cambiano tra regioni. Così continueremo a dover imparare a guidare, anche se in molte situazioni ordinarie un sistema automatico è più sicuro di un essere umano. Perché è vero che un computer non si distrae, non si addormenta e non sbircia il telefono, ma di fronte a una situazione che non ha mai visto non sa cosa fare, mentre la mente umana, bene o male, un modo per cavarsela lo trova. Se tra un paio d’anni mio figlio non sentirà l’urgenza della patente — che alla sua età io avevo sentito per non restare isolato — sarà per i miglioramenti del trasporto pubblico e della mobilità lenta, non certo perché l’auto di famiglia lo porterà in giro.
Era un’ingenuità anche pensare a un Paese dell’Europa occidentale senza esercito — o quantomeno con delle “forze armate poco armate” e impiegate soprattutto nella protezione della popolazione? Forse sì. Le strette relazioni commerciali, che immaginavo come un argine alla guerra, si sono rivelate il contrario, una garanzia d’impunità per aggressioni e soprusi. Rifiutare a priori la prospettiva di una risposta armata significa lasciare carta bianca a bulli e dittatori. Eppure non riesco a rassegnarmi alla guerra e ad avere eserciti pronti a combattere. Fatico a immaginare il percorso verso una vera pace — una pace che non sia semplice tregua in attesa di nuovi scontri o una situazione di profonda ingiustizia — ma non riesco a rassegnarmi all’idea che ogni prospettiva di riconciliazione sia l’ingenuità di un confuso neopapà.
In poche parole
Parliamo di cinema. Ho visto Disclosure Day di Spielberg e non c’è molto da dire: ha ottant’anni, il suo cinema è per certi versi vecchio (o, per dirla con un po’ più di rispetto, “classico”) ma sa ancora come dirigere un film e tenere incollato allo schermo anche uno spettatore sconfortato dalla premessa di Disclosure Day, ovvero che gli alieni sono tra noi (dove “noi” significa “Stati Uniti”, perché negli altri Paesi non sembrano essere mai stati) ma il governo ci nasconde la verità.
Di queste premesse hanno scritto con dovizia di particolari Sofia Lincos e Giuseppe Stilo su Query — e personalmente trovo il quadro complessivo abbastanza sconfortante, anche tenendo conto che parliamo di un’opera di finzione in cui tutto è lecito.
Del film mi ha tuttavia colpito un altro punto. Tutto il film si basa sulla rivelazione della verità sulle presenze aliene (e su quello che il governo e un gruppo privato hanno fatto loro). Rivelazione che non può essere fatta a parole: bisogna vedere; senza vedere si entra nel regno della fede. È un po’ surreale che questa incredibile fiducia nel potere delle immagini arrivi da un regista che di mestiere mostra cose non reali, ma il cinema funziona proprio per questo.
Altro film che ho visto in questi giorni è Backrooms di Kane Parsons. L’ho trovato un vuoto esercizio di stile e mi spiace per Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve che hanno sprecato il loro talento in una cosa così inutile.
Però il bello dei film vuoti è che ognuo li può riempire come vuole e su Backrooms si sono scritte cose interessanti, come questo contributo di Francesco D’Isa su uno dei tanti temi che il film butta lì, i “ricordi di luoghi mai visti”.
In pochissime parole
Ci sono i mondiali di calcio. E molte immagini manipolate apparentemente innocenti.





